«Adoro Alba De Céspedes ma “Il conte di Montecristo” è vangelo per chi scrive»

Elena Torre

Marco Vichi, fiorentino, 63 anni, è scrittore navigato, a lui dobbiamo molti bei romanzi gialli e noir e soprattutto la nascita del commissario Bordelli, personaggio amatissimo e protagonista di numerosi romanzi tra cui il nuovissimo “Ragazze perdute” uscito per Guanda.


I LIBRI PIù amati

«Ne ho amati moltissimi – dice Vichi – Ma tralasciando i pilastri, come i Vangeli, Omero, i tragediografi greci, Dante, Shakespeare, Cervantes, Sant’Agostino e via dicendo, uno dei moltissimi libri che ho amato è “Dalla parte di lei” di Alba De Céspedes, un romanzo del 1949 di una grandissima scrittrice incomprensibilmente dimenticata. Una storia che ha la profondità di quattro romanzi dell’Ottocento russo e la leggerezza di un racconto di Cechov. Un romanzo che tra le molte altre cose ci fa capire come i semi del ’68 abbiano cominciato a dischiudersi nell’immediato secondo dopoguerra. Un capolavoro. Alba ha un istinto narrativo che le permette di trasformare in letteratura tutto quello che la attraversa. Il suo primo romanzo, “Nessuno torna indietro” (1938) è stato tradotto in decine di paesi e Blasetti ne ha fatto un film. E lo stesso destino hanno avuto altri suoi romanzi, come “Quaderno proibito” e “La Bambolona”. Poi è stata cancellata dai cataloghi. Un vero peccato editoriale».

QUELLO DA RILEGGERE

«I tre libri che ho già riletto sono: “La commedia umana” di Saroyan, “La confraternita dell’uva” di Fante, “I cosacchi” di Tolstoij. Ma prima o poi rileggerò con piacere “La pelle” del grandissimo Malaparte. Un romanzo che fa soffrire, che usa l’elemento visionario per dare più forze e più verità alle vicende dell’animo umano. Si è detto spesso che è un libro cinico, ma non sono d’accordo. Malaparte racconta il peggio dell’uomo fino in fondo, e lo fa soffrendo. C’è chi si ferma sul ciglio del baratro, mentre lui ci salta dentro, ci afferra per una mano e ci trascina giù. Ma la conoscenza, anche quando è dolorosa, porta con sé il piacere della scoperta».

DA CONSIGLIARE

«Direi “Memorie del sottosuolo” di Dostoevskij, un breve e fulminante romanzo scaturito dai sensi di colpa e dal dolore dell’autore per la morte della sua prima moglie, un’immersione nelle profondità umane, un viaggio amaro nel più irrimediabile pessimismo e nelle zone più meschine dell’anima. Un romanzo per chi ha il coraggio di guardarsi dentro. Leggere ci costringe all’identificazione, anche quando non lo sappiamo, e quando uno scrittore come Dostoevskij parte per un viaggio all’inferno, sentiamo il calore delle fiamme sulla nostra pelle. Insomma è un romanzo che secondo me dovrebbero leggere tutti, per soffrire il piacere della conoscenza, guidati da un moderno Dante che ci accompagna nelle zone meno nobili di noi stessi. Conoscere il male che alberga dentro di noi ci può aiutare a neutralizzarlo».

Il primo che ricordi

«Il primissimo è senz’altro “Ancora. .. E poi basta!” Di Lina Schwarz, una raccolta di filastrocche che mi facevo recitare all’infinito da mia mamma prima ancora di imparare a leggere. Alcune le ricordo ancora. Ed era proprio così: “Dai mamma, ancora una, poi basta”. Sono filastrocche divertenti, buffe, semplici, governate dalla rima baciata, ma contrabbandano valori importanti. Libri del genere possono accendere nei bambini la passione per la lettura, che non li abbandonerà mai più. E crescere leggendo aiuta a districarsi meglio nella foresta dei sentimenti».

IL LIBRO SUL COMODINO

«Sto finalmente leggendo un romanzo del quale conoscevo già la storia: “Il conte di Montecristo”, un romanzo immenso in ogni senso, dove l’avventura si combina con l’introspezione, dove si racconta la bellezza del bene e l’orrore del male, la nobiltà d’animo e la meschinità più bieca, la gioia e la delusione. Ma si fa prima a dire che mette in scena tutti i sentimenti umani. Gli scrittori come Dumas, London, Conrad, Dickens, e ci metterei dentro anche i nostri De Amicis, Fogazzaro, De Roberto, nonché i russi dell’Ottocento e del primo Novecento, sono il vangelo di chi vuole scrivere: insegnano a rispettare la storia e a non far diventare le parole dei brillantini inutili che a volte sono un ostacolo alla narrazione».© RIPRODUZIONE RISERVATA