Aldo Santini, inviato speciale nella memoria: così ha raccontato la nostra identità

Dieci anni fa la scomparsa del grande giornalista. Articoli, reportage e libri andando alla scoperta di storie e personaggi (ma anche del cibo del vino come forma di civiltà)  

Aldo arrivò puntuale. Il sorriso dolce, gli occhi curiosi, il passo un po’ incerto, anche se ancora si indovinava nell’uomo alto e robusto l’atleta che era stato in gioventù. Veniva spesso in redazione, anche perché gli piaceva consegnare il suo articolo – rigorosamente scritto a macchina su carta giallina, spazio 2, poche correzioni a penna – direttamente nelle mani del direttore. Vecchie abitudini, sacri riti.

Quel giorno, però, c’era una ragione speciale per la visita al “Tirreno”. Ad aspettare Aldo Santini c’era Giovan Battista Ansaldo, detto Baciccia, figlio di Giovanni, il direttore del “Telegrafo” dei Ciano, giornale dalla cui costola era nato “Il Tirreno”. Entrambi erano curiosi di chiacchierare, e ricordare: Baciccia, che s’era dedicato con amore a ricostruire la figura del padre, voleva rivedere i luoghi e le stanze che aveva percorso da bambino (rideva ripensando alle corse sfrenate nel corridoio al primo piano di Viale Alfieri 9…) e raccogliere nuovi aneddoti; Aldo cercava in quel figlio i segreti di papà Giovanni. Fu un faccia a faccia straordinario, giocato intorno ad avvenimenti e personaggi eccezionali.


Ansaldo e Santini, due giornalisti di razza, hanno attraversato esperienze sideralmente distanti: il primo, testimone e protagonista controverso di una stagione drammatica; l’altro, cronista capace di vivere due vite: la prima da inviato dell’“Europeo”, settimanale scintillante, assieme a Oriana Fallaci (“Lavorando con l’Oriana” è il suo libro-testimonianza di quel periodo); la seconda segnata dal ritorno a Livorno da dove aveva preso a raccontare protagonisti, vizi e piaceri della Toscana, anche inaugurando l’inesauribile filone della “letteratura gastronomica” che dopo di lui ci ha regalato altre perle preziose, ma anche degenerazioni da masterchef improvvisati.

Assai diversi, dunque. Ma con qualche tratto in comune. Santini, come Ansaldo, aveva il dono di una scrittura chiara, nitida, senza fronzoli; coltivava la memoria; e s’appassionava anche lui a ricostruire luoghi e personaggi quasi fossero metafore della loro stagione, testimoni di un’identità da preservare.

Magnifico campionario di queste virtù sono i suoi tantissimi volumi. Nel corso di una lunga e prolifica vita professionale (è scomparso nel 2011 a 89 anni) ha indagato sulla proverbiale antipatia tra Livorno e Pisa; ritratto Carnera e Modigliani, Mascagni e Carducci, i Ciano e i livornesi che hanno fatto storia; svelato i Quattro Mori; ci ha condotto per mano a Bolgheri, nel Chianti, in Versilia. Ecco poi l’enciclopedia del buon mangiare, con titoli immancabili: il Ponce e il Baccalà, “cee”, cacciucco e bistecca, Brunello e Sassicaia... Un libro per ogni argomento, e innumerevoli articoli per “Il Tirreno”.

A ben pensarci, tutto il lavoro di Aldo è percorso da un unico intendimento: ritrovare e difendere l’identità perduta di ogni luogo, personaggio o cibo meritevole di attenzione. E dunque la missione era cancellare luoghi comuni; sfatare miti; denunciare brutture e volgarità che deturpano paesaggi e architetture, e pure le pagine di storia; battersi contro la cialtroneria: apprezzava l’ironia, ma non se sbracava in becero disfattismo.

Per Livorno Aldo si è molto speso, sforzandosi di mostrare, come dire?, il lato buono della livornesità, e pungolando perché la città rivendicasse il meglio di se stessa. Fino all’ultimo. Il 10 giugno del 2011, pochi mesi prima della scomparsa, un Aldo Santini molto commosso riceveva l’ambìta e meritatissima Livornina d’oro. Poi, tornato a casa, aveva sentito di dover scrivere. Ma non di sé. Vale la pena rileggere l’incipit dell’articolo, forse l’ultimo per “Il Tirreno”: «Mancavo da molto in via Grande. Ci sono tornato il 10 giugno per andare in Comune a ricevere la Livornina d'Oro dal sindaco Cosimi. Una cerimonia magnifica. Ma Via Grande! Un obbrobrio. Intasata dal traffico, auto in seconda fila nell’attesa di trovare un buco per posteggiare. Motorette che schizzavano rabbiose infilandosi tra i passanti sulle strisce pedonali. Poi, superata la Via Grande del porto, superata a fatica piazza Grande, la Via Grande che sbocca sul Voltone ci è apparsa in un tremendo degrado. Sporca, piena di una folla rumorosa, frettolosa, ridotta a un suk medio-orientale...».

E via ai ricordi: «Viva la livornesità della mia Via Grande d'anteguerra. Al lato nord il negozio di Napoli, pianoforti e dischi, la super merceria di Moroni, elastici, bottoni, spilli, calze e calzini. E il cappellaio Dani. E il tabaccaio Alemà. E il Caffè della Posta. E il teatro Lazzeri. E la libreria Belforte che nel dopoguerra, grazie alla dinamica direttrice Giuliana conobbe l'epoca d'oro dell'azienda…». Ecco l’Aldo Santini che dovremmo sempre ricordare. Non per nostalgia di un tempo lontano e archiviato, ma per non dimenticare come eravamo e come potremmo essere ancora. Se solo lo volessimo. —

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