«Raccontiamo ai ragazzi la deportazione Solo così sapranno che cos’è la vita vera»

Edith Bruck: con loro parliamo dei fatti senza usare la parola odio, è molto importante che conoscano il passato

IVANA AGOSTINI

Edith Bruck, origine ungherese, è nata nel 1931 in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia.


Oggi, per non dimenticare e per non far dimenticare, a sessant’anni dal suo primo libro, sorvola sulle ali della memoria eterna i propri passi, sul suolo della Polonia di Auschwitz e nella Germania seminata di campi di concentramento. Miracolosamente sopravvissuta Bruck racconta la sensazione di estraneità rispetto ai suoi stessi familiari che non hanno fatto esperienza del lager, il tentativo di insediarsi in Israele e lì d' inventarsi una vita tutta nuova, le fughe, le tournée in giro per l’Europa al seguito di un corpo di ballo composto di esuli, l’approdo in Italia. Questa sera, alle 20, Bruck presenta, a Capalbio Libri, a Borgo Carige, in piazza della Repubblica, “Il pane perduto” che ha vinto il Premio Strega Giovani 2021 ed è stato tra i finalisti del Premio Strega 2021. Al Tirreno l'autrice ha spiegato l'importanza di avvicinare i ragazzi alla lettura, alla conoscenza di ciò che è stato il passato grazie al quale si comprende il presente ma anche quello che sarà il futuro. La sua presenza è stata scelta, dal direttore del festival capalbiese, Andrea Zagami, per introdurre uno dei nuovi format di Capalbio Libri, dedicato ai bambini.

Signora Bruck, come possiamo avvicinare i ragazzi, i bambini, alla lettura? «Bisogna parlare con i ragazzi, spiegare loro le cose. Lo devono fare i genitori e lo deve fare la scuola. Purtroppo, in alcuni casi, si insegna male la storia che viene insegnata piena di mistificazioni. Ai ragazzi bisogna parlare. Io ricevo tantissime lettere dai giovani. Lettere scritte benissimo che, in alcuni casi, meriterebbero di essere pubblicate. A volte dei ragazzi viene dato un giudizio affrettato. Se con i ragazzi si parla, questi ci stupiscono per la loro maturità» .

Forse, si è un po’ persa l’abitudine di parlare con i nostri ragazzi?

«Non si parla più, purtroppo, si sono persi i contatti. C’è troppa omologazione. Io che, per necessità mi sono trovata a fare video conferenze, spero che si torni presto a parlarci di persona, a toccarci. Tutto è diverso. Purtroppo, nemmeno in casa di parla più. Non si ascoltano i nonni, gli anziani non si considerano, a volte, questo è un peccato. Non hanno voce ».

I ragazzi, oggi, sono molto presi dai cellulari, dai videogiochi. Cosa ne pensa?

«I ragazzi devono conoscere la vita reale. Non quella dei videogiochi. Devono ascoltare e sapere cosa è successo in passato. A volte credono che gli avvenimenti della deportazione siano tanto lontano da loro. Siano medioevo. Purtroppo non è così. Lo vediamo tutti i giorni nei vari stati d’Europa e anche in Italia, dove cresce il razzismo, dove c’è il ritorno di una nebbia oscura che non lascia presagire nulla di buono. I giovani devono imparare che la realtà non è quella di Tik Tok o come si chiama. I giovani devono vedere il mondo che è, accettare il prossimo per quello che è; non si può giudicare».

Come possiamo aiutare i nostri ragazzi in questo percorso di conoscenza del mondo?

«I giovani devono conoscere di più il no. Non disprezzare il prossimo. Non può bastare a un genitore che il figlio non si droghi. Io a 13 anni giocavo con la mia unica bambola. Ero contenta delle piccole cose. Oggi una ragazzina a 13 anni non gioca più con le bambole. E’ un male non sapere godere più delle piccole cose».

Come si può raccontare a un ragazzo la deportazione?

«Bisogna saper raccontare bene. E’ importante anche come si raccontano gli avvenimenti. Io non ho mai usato la parola odio. Non l’ho mai provata. L’odio sarebbe un veleno principalmente per me stessa. Certe esperienze non si dimenticano mai. Difficile farle capire a chi non le ha vissute. E’ importante però raccontarle per cercare di evitare che si ripetano». —

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