Contenuto riservato agli abbonati

Paolo Dario, l’ingegnere visionario che ha aperto la strada ai “robot umani” ispirati alla natura

La nuova frontiera dell’automazione: «Aiuterà le persone a liberarsi dalla fatica per occuparsi di attività più creative» 

Con la sua mente da pioniere è andato al di là dei “bastioni di Orione” e varcato le “porte di Tannhäuser”: ha «visto cose che voi umani non potreste immaginare». Ma, a differenza di Rutger Hauer nei panni del replicante Roy Batty in “Blade runner”, la sua visionarietà non è affatto carica di disperazione: ovvio che un innovatore abbia un inossidabile ottimismo della volontà ma, anziché accompagnarlo con il pessimismo della ragione, lo raddoppia perché anzi nel futuro vede prima degli altri fare capolino all’orizzonte tecnologie che potrebbero renderci più umani, mai troppo umani.

L’occasione di tornare qui oggi a parlare di Paolo Dario, scienziato livornese (con certificato di nascita datato Piombino), ce la offre il fatto che domani spegnerà settanta candeline sulla torta di compleanno: invece di mettersi a enumerare le università che, oltre alla sua Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’hanno visto in cattedra (Tokyo, Losanna, College de France), vale la pena di ricordare che è stato l’apripista della biorobotica. Come se avesse preso la laurea in ingegneria meccanica e, sulla scia dell’umanesimo rinascimentale, avesse messo in un cantuccio un’idea di innovazione per piccoli accrescimenti successivi e si fosse dedicato a cambiare dalle radici il paradigma, lo scenario in cui operare.


Tradotto: la nuova frontiera dei robot fatta meno di ingranaggi e più di modelli ispirati alla natura: un po’ come Antoni Gaudi in architettura. Fino alle evoluzioni – i robot marini a imitazione del polpo o i “plantoidi” ispirati alla biologia dei vegetali – che sta studiando una leva di “cervelli” cresciuti alla sua scuola, come Cecilia Laschi e Barbara Mazzolai, indicate dalla “bibbia” del settore fra le 25 scienziate più importanti al mondo.

Tutto un filone di film richiama l’intelligenza artificiale e il duello uomini-robot, si tratti di “Matrix”, di film cult di Steven Spielberg o di suggestioni di Stanley Kubrick. Sempre però nel segno di una cupa minaccia incombente, di un rischio di disumanizzazione.

L’esatto opposto di quel che sostiene Dario: «Accettiamo di farci monitorare dai giganti dei social che spiano le nostre relazioni e ci rinchiudono dentro una bolla a misura di consumatore, non facciamo una piega di fronte ai padroni del web che in cambio di una apparente gratuità dei servizi fanno diventare merce le nostre identità digitali. E poi il nemico dell’umanità sarebbero i robot e l’automazione?».

Il prof livornese li vede invece come quel che si fa carico della fatica e ci può consentire spazi di liberazione umanista anziché di prigionia dorata: «Ci “rubano” il lavoro? Semmai lo trasformano, lo rendono più creativo, lo migliorano». Senza contare – e qui arriva la frecciata geopolitica – che «web e social sono in mano a enormi potentati economici che stanno dall’altra parte dell’Oceano e noi europei siamo solo spettatori-consumatori del predominio altrui, invece nel campo dei robot e dell’automazione abbiamo un ruolo da protagonisti».

Nell’utilizzo degli smartphone o dei tablet nelle case di riposo e negli ospedali per mettere in contatto i malati di Covid con i familiari fuori, per Dario c’è la “preistoria” di un orizzonte di sviluppo spalancato sull’utilizzo di robot umanoidi nell’assistenza agli anziani. Già adesso è un fabbisogno che riguarda migliaia di anziani più o meno autosufficienti, spesso allettati, in ogni città – è riassumibile così il suo ragionamento – e con l’invecchiamento della popolazione è un problema sempre più forte: finora è stato tamponato soprattutto grazie a un esercito di badanti, donne chiamate a vivere lontane dai loro figli per 10-20 anni e più in un Paese che non è il loro, come con una vita-bis. Quanto possiamo pensare di farcela ancora con questa soluzione-tampone?

Non stiamo qui a dettagliare la concretizzazione tecnico-scientifica che ha in mente questo “ingegnere rinascimentale”, in grado di saltare dal cinema dei fratelli Cohen all’algoritmo di Boyer–Moore, dai cantautori anni ’80 alla filosofia del Cinquecento. Meglio andare alla scoperta di una ulteriore nuova frontiera che si è messo in testa: l’utilizzo della rete per liberare il lavoro dalla geografia per creare nuovi modelli insediativi del lavoro intellettuale, fuori dai luoghi canonici.

Detto in altre parole: alla tradizionale contrapposizione fra fare l’ingegnere in mezzo allo smog di Milano e il disoccupato sul lungomare di Ardenza, Dario dice che è possibile fare l’ingegnere all’Ardenza. Con un obiettivo: lavorare dove c’è un’alta qualità della vita (per clima, mare, paesaggio, gente…). Come? Tutto dipende dal fatto che la rete sia messa in condizione di reggere grandi flussi di dati: è il pre-requisito – dice al Tirreno – per annullare le distanze geografiche nell’accesso a materiali digitali e reti relazionali. Se poi ci fosse anche una strategia di pacchetti di agevolazioni acchiappa-cervelli che diano il segno di una attenzione…

Lui intanto questo salto esistenziale l’ha fatto: ha lasciato l’appartamento alla periferia di Livorno e ha messo radici sulle colline fra la Fauglia dei campi di Kienerk, l’oasi di Santa Luce e il monastero buddista di Pomaia.

Un livornese in territorio pisano: del resto, non è all’università di Pisa che ha studiato e nelle istituzioni accademiche di Pisa e di Pontedera che lavora da sempre? L’ennesima riprova che se Livorno e Pisa invece di beccarsi si alleassero sarebbero da Champions League. Ma questa è già un’altra storia: anzi, la solita. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA