Li chiameremo “cobot” e avranno il volto come noi

Il punto è: di cosa parliamo quando parliamo di robot. Non dimentichiamoci che l’“invenzione” della parola è stata attribuita ai fratelli Capek in un testo teatrale del 1920 (ma c’è chi la rintraccia in radici slave e perfino in un racconto di sir Arthur Conan Doyle che ha Sherlock Holmes come protagonista), comunque la si rigiri salta fuori con una fisiognomica precisa: lavoro ripetitivo e alienante, perfino servitù della gleba.

Bisognerebbe inventarsi una parola nuova, ed è quel che ha fatto l’immaginario cinematografico: ma fra cyborg e “fyborg”, androidi, figure bioniche o “terminator”, non hanno fatto che aggiungere inquietudine a inquietudine.


Invece – ma senza troppa fortuna nell’attecchire sull’immaginario – gli scienziati neo-umanisti hanno preso a chiamarli “co-bot”, cioè robot collaborativi. Con una attenzione a dare ai robot un “corpo” con sembianze umane, perfino un viso: e, in nome dell’intelligenza artificiale, anche una straordinaria capacità di “imparare” e elaborare la comunicazione che passa non attraverso le parole bensì nelle sfumature e negli sguardi.