Lodo e la giovinezza che fugge

Il leader dello Stato Sociale si misura con il teatro a Follonica: «Una riflessione leggera e divertente sull’ingresso nell’età adulta»

Uno spettacolo sbagliato, perché vuole avere un problema. Ma anche uno spettacolo divertentissimo, perché quando dietro ogni risata si cela la libertà. Tranquilli, non finirà con un suicidio. L'epilogo servirà solo a ripercorrere tutta la propria esistenza per infine chiedersi: cosa ci faccio su questo palco? «La risata amara ha una sua dignità altissima» dice Lodo Guenzi, reso celebre con la sua band Gli Stato Sociale e poi consacrato dal piccolo schermo, impegnato a portare in giro per l'Italia il suo monologo teatrale che questa sera alle 21.30 farà tappa a Le Ferriere di Follonica. Il titolo è “Uno spettacolo divertentissimo che non finisce assolutamente con un suicidio" e già fa capire che le risate non mancheranno, anche se costringeranno lo spettatore a porsi qualche domanda su se stesso. «Il primo luglio ho compiuto 35 anni e ho raggiunto la metà dell' “adultolescenza”, in questi grandi vent'anni che ai giorni nostri vanno dai venti ai cinquanta», spiega l'artista. «Non è un caso che abbia deciso di fare proprio adesso questo spettacolo – prosegue – con la musica ho visto grandi cose, lo stesso con la televisione e adesso ho iniziato anche con il cinema. Solo il teatro resta più piccolo, più intimo. Esiste una tensione tra l'idea del successo, che è un mito capitalista, e quella della qualità in quanto tale, che è un mito aristocratico. Abbiamo puntato sul secondo, convinti che sia giusto parlare a tutti, perché solo così conosci te stesso». Il filone dello spettacolo è proprio questo: con la giovinezza ormai giunta al tramonto, l'attore (e quindi l'uomo) si interroga su quel che sta facendo e quel che deve fare nel resto del suo spettacolo (e quindi della vita). «L'adolescenza è una trappola: o non ne esci vivo o ne esci adulto e in entrambi i casi c'è un problema da porsi», sintetizza Lodo. Un monologo che parte con uno stand up e si perde in una storia vera. In più storie vere, con digressioni attraverso cui la rappresentazione diventa anche una riflessione sul perché si continui a stare sulla scena oggi. Già, che senso ha stare sulla scena oggi? E perché un musicista, dopo mesi di stop, decide di tornare sul palco con il teatro e non con un concerto? «In questo momento teatro ti dà la possibilità che il resto non può offrirti – risponde Lodo – c'è rabbia e isterismo. C'è il timore che l'intelligente o il provocatorio sia ridotta a una frase estrapolata da una canzone o da un film. Una dinamica pericolosa per l'intelligenza. Ricordo una battuta fatta da un giornalista de Il Foglio in un articolo su una mostra d’arte contemporanea: ha subito attacchi violenti ma nessuno aveva letto articolo, in cui questa frase in realtà aveva il taglio di una carezza. Siamo di fronte alla negazione del senso. Un altro esempio è l'Italia degli anni Ottanta, quando nessuno conosceva l’inglese e tutti credevano che “Born in the Usa” di Springsteen fosse una celebrazione dell'America, quando era una critica al suo sistema. Questo a teatro non è possibile: devi seguire tutto dall'inizio alla fine». Questo il percorso offerto dallo spettacolo firmato dallo stesso Lodo e Nicola Borghesi (che ne è regista), in collaborazione con Daniele Parisi e Gioia Salvatori, in scena questa sera alle 21.30 nella Città del Golfo. —