Tradizione e modernità, la Turandot è una sfida

Daniele Abbado e una scena da Turandot in scena sabato 24 luglio a Torre del Lago

Daniele Abbado apre il Festival Puccini: «Sarà una regìa affascinante e difficile»

Turandot “opera aperta”. Non incompiuta, ma estesa. Opera di orizzonti, senza confini. Di linguaggi trasversali. Oltre l’iconografia tradizionale. Oltre la fiaba. Un viaggio nella percezione, a braccetto con la modernità del Novecento, rappresentato dal pensiero di Henri Bergson: “Spazio e tempo sono una dimensione della coscienza”. Eccola la Turandot di Daniele Abbado, regista di esperienza ma non di convenzione che sabato sera alle 21,15 Torre del Lago si cimenta con il capolavoro di Puccini, nella nuova co-produzione del festival Puccini e teatro Goldoni di Livorno. In scena un allestimento unico, non convenzionale, un regista (John Axelrod ) e un cast che debuttano in Turandot, a 95 anni dalla sua prima mondiale alla Scala, orfana di Puccini (e del finale), con Toscanini sul podio.

Maestro Abbado, lei si cimenta per la prima volta con Turandot, in un allestimento non convenzionale, legando la sua regia al finale di Luciano Berio che a Torre del Lago non è mai stato proposto.


«Il finale di Berio (al posto di quello di Alfano, ndr) prolunga l’atmosfera e il colore differente di questa straordinaria opera. Il compositore è riuscito a prolungare la modernità di Puccini. Con l’importante apporto di Berio, il racconto scenico sembra non chiudersi su una fine, quanto piuttosto donare a Turandot il senso di un tentativo, un esperimento. Turandot come “Opera aperta”, consegnata al destino di generare e ospitare finali di significato diverso».

Una lettura molto particolare di Turandot. Come nasce?

«Dal mio studio di questa opera. Confesso che quando Giorgio Battistelli, direttore artistico del festival, mi ha chiesto se fossi interessato a curare la regia di Turandot, ho accettato senza conoscere bene l’opera. Fino a quel momento, infatti, non mi aveva mai attratto particolarmente. Ho già curato regie di Puccini – 25 anni con una Tosca, poi Madama Butterfly (alla Fenice di Venezia), ma non sono un grande frequentatore di Puccini».

E come è stato questo incontro con Turandot?

«Inaspettato. Quando ho iniziato a studiare l’opera ho scoperto un patrimonio di idee, di linguaggi, molto complesso. Sono rimasto affascinato. Da una parte emerge la centralità della figura di Turandot, dall’altra, però, Puccini scrive un’opera in cui si alternano tanti linguaggi – il drammatico, il solenne, l’eroico, il comico, il grottesco, l’erotico, l’esotico – all’interno, però, di una composizione compatta. Il meccanismo è molto particolare: ci sono tanti piani e tutti devono essere presi in considerazione con generosità anche dal punto di vista della regia, come fa Puccini dal punto di vista musicale. L’elemento comico, di rottura va valorizzato in contrasto con l’elemento drammatico. Siamo in una convivenza di stili nel senso dantesco di “commedia”: dall’elegiaco, al tragico, passando per il grottesco».

In questo allestimento, lei mette in evidenza i contrasti. Il più forte è il rapporto fra amore e morte. Come lo declina?

«In Turandot c’è molta più morte che amore. Non solo a livello fisico. Quando si affronta un’opera del genere, importante è il confronto con la tradizione. Con la buona e la cattiva tradizione scenica, la buona e la cattiva finzione teatrale. Turandot, perfino più di Aida, paga lo scotto di una cattiva finzione teatrale. Quindi, nella mia regia non ci sono scimitarre, teste tagliate di principi che non rispondono agli enigmi della principessa Turandot. C’è il sangue, però; ci sono botole che si aprono. Ci sono muri che vorticano. Non c’è iconografia tradizionale. Puccini ci narra di una Pechino al tempo delle favole, ma quella di Turandot non è una favola edulcorata. È una storia tagliente, con squarci di comicità feroce».

C’è un eroe in questa favola?

«L’eroe si costruisce sul palcoscenico. È Calaf. Lo costruisce il popolo di Pechino che ha bisogno di un personaggio che si assuma la responsabilità degli eventi: un’altra testa tagliata che prolunghi la situazione “malata”, cristallizzata, creata da Turandot o la rottura dell’incantesimo indovinando gli enigmi e la creazione di un ordine più giusto».

Puccini ha avuto difficoltà a trovare un finale. Lei come risolve?

«La costruzione dell’eroe avviene in diretta. Sul palco si trova la ragione per cui le cose accadono. Qualche cosa succederà fra Turandot e Calaf. C’è da capire che cosa. Non credo che sia una scena di grande erotismo, anzi c’è più morte che amore in quella scena di finale. Ma è scoprire». —

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