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Ciucheba, 50 anni di un mito. L'intuizione, le macchinate e i vip: così ballava la costa livornese

Castiglioncello, un locale diventato leggenda: gli inventori, il perché ha rappresentato una svolta e i talenti che qui sono sbocciati

La pineta, improvviso l’odore del mare, l’odore di vento, gli aghi di pino che cadono. Effetto notte, Castiglioncello. Camicie bianche, jeans e volti abbronzati tra i fari delle auto che ci lasciamo alle spalle e la luna che spunta dalle nuvole rade. Poesia un po’ a buon mercato, forse sì, ma queste erano le sensazioni quando, scendendo dalla pineta verso il ruggire del mare, quasi andavi a sbattere contro quella costruzione bassa, bianca, affacciata su uno dei tratti di costa più belli. Il Ciucheba, già. Un locale che diventò, pian piano, una piccola leggenda toscana, e magari non solo. Un modo nuovo, anche rischioso di pensare l’intrattenimento, la notte, il divertimento che fino ad allora aveva seguito schemi lineari, efficaci ma un po’ semplici: la cena, il pianista confidenziale che sussurra, magari “quattro salti”, ma senza esagerare.

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Il pirata della notte


In quella primavera del 1971 un giovanissimo e coraggioso pirata della notte, Mauro Donati, si trovò in mano un regalo speciale da scartare: un locale tutto nuovo, posizione unica, affaccio sul mare, potenzialità infinite: era mezzo secolo fa (sigh!) e il sipario si alzò sull’epopea del Ciucheba (acronimo dei cognomi dei tre soci: Ciuti, Chierici, Bartalesi). Al posto di un ristorante che aveva esaurito la sua spinta propulsiva ecco nascere il nuovo tempio del bel vivere, il nido dove respirare la notte. Sono gli anni Settanta, decennio pieno di contraddizioni, il rosso e il nero, l’edonismo e la paura, i Bee Gees e Paolo Pietrangeli, la leggerezza e l’impegno.

L’avanguardia

Epoca difficile ma piena di scoperte. Il Ciucheba, nel suo piccolo, fu una di queste: sulla costa livornese mancava un locale così, dove ballare – certo – e magari godersi una bella cena, ma anche applaudire dal vivo degli artisti del momento. In Versilia, dove l’intrattenimento lo hanno inventato, questa alchimia vincente funzionava dai ruggenti anni Sessanta. E ora con Donati, che aveva già vissuto Parigi ed era uomo di mondo, il modello veniva esportato a Castiglioncello. E che modello.

Il Ciucheba lo vivevi già prima di entrare. Perché, sbucato dal fitto della pineta, per entrare dovevi sottoporti a una coda, lunghissima già molto prima della mezzanotte. L’approdo era un gabbiotto che fungeva da biglietteria, poi il guardaroba. E alla fine via, dentro quella oscurità parziale, vedo non vedo, mutuata dai bar americani, dove le luci seguono una logica e le ombre pure. Quello che ti catturava subito era la pista da ballo: leggermente sopraelevata, a forma di mezzaluna, dominata dal gabbiotto del dj (Graziano, per anni titolare di un negozio di dischi in centro a Livorno).

La mezzaluna in terra

Gli strateghi di Donati l’avevano studiata bene, quella pista: il perimetro esterno era stato realizzato a gradoni degradanti, e in quegli spazi si muovevano i più dotati nella danza: i “passi”, si chiamavano, piccole coreografie ritmate che appartenevano a pochi eletti (e chissà perché, alle ragazze più belle), con il resto del mondo sotto, affatato, a guardare.

Il lungo bancone del bar, poi, era una sorta di tonnara: prendere posizione era il segreto, e via col tagliafuori tipo basket perché il barman spesso era solo uno e il tuo cocktail poteva anche aspettare ore se sbagliavi i tempi d’intervento. Ballo, bevuta, e poi, se avevi fortuna, il Ciucheba aveva un po’ ruffianamente puntato molte delle sue fiches sulla zona “flirt”: divanetti bassi, tavolini nella penombra, luci soffuse. Pochi posti, ambitissimi. Il successo del Ciucheba, nei primi anni, fu quasi solo locale. Clienti a chilometro zero da Cecina, Rosignano, Castiglioncello. Ma La formula aveva fatto centro e non ci volle molto perché la fama del locale varcasse le colonne d’Ercole del Romito e approdasse a Livorno.

Le “macchinate”

Dal 1978, anno della febbre del Sabato sera e della svolta “travoltiana”, i livornesi iniziarono il rito delle”macchinate”. Non tutti i livornesi, no: in quegli anni di strane divisioni territoriali, in cui i figli della borghesia sceglievano l’Attias e gli altri la più ”popolare” via Ricasoli, il Ciucheba apparteneva ai primi. Le macchinate, dunque: i più “vecchi”, i patentati mettevano a disposizione il mezzo, stipato fino al limite. I passeggeri mettevano i soldi della benzina. Non sempre ed erano sanguinose litigate fino al centesimo.

Furono quelli, i tardi Settanta e gli Ottanta, gli anni d’oro del Ciucheba. Perché Donati, grande imprenditore del superfluo, aveva pian piano steso una rete di rapporti davvero formidabile. Aveva capito che la disco funzionava, ma solo calando sul panno verde la carta vincente, il valore aggiunto quella scommessa imprenditoriale sarebbe stata unica.

Il laboratorio

Così il locale di Castiglioncello divenne un autentico laboratorio, una piccola bottega del Verrocchio dove crescere i talenti dello spettacolo. Tante trasferte milanesi e fiorentine produssero accordi clamorosi: al Ciucheba si esibirono Cochi e Renato, La Smorfia guidata da Massimo Troisi, i Giancattivi (Benvenuti, Nuti e Athina Cenci), un imberbe Beppe Grillo. Al pianoforte poi si alternavano Paolo Conte, Bruno Lauzi, l’immarcescibile re del sussurro, Franco Califano. E sui divanetti potevi vedere, se avevi la fortuna di arrivare a tiro, lo splendore giovanile di Alba Parietti e Mara Venier. Donati aveva fatto centro, in quegli anni cuscinetto tra Settanta e Ottanta: soprattutto grazie al suo grande amico, Renato Fiacchini, per tutti Zero. Lui arrivava in tardissima serata, indolente, a bordo di auto che noi ragazzi avevamo visto forse nei primi film di 007: la Bentley nera che Renato parcheggiava accanto all’entrata del locale, privilegio negato ai mortali che dovevano scannarsi per un posto a monte dell’Aurelia, e poi via camminare.

Renato Zero

Renato Zero era lontano e vicinissimo. Cantava e lo applaudivi, ma poi magari lo trovavi seduto accanto, al bar, e le battute non mancavano mai. Il suo tavolo, insieme a quello di altri dioscuri dello spettacolo, era il centro di gravità del piano nobile del locale, il primo, dove cenare costava un occhio per noi ventenni, ma dove respiravi qualcosa di irraggiungibile per chi viveva in provincia.

Tutto questo, e molto altro, fu il Ciucheba, nato 50 anni fa. Fu divertimento, amori, qualche lacrima, tanta musica di livello. Era la giovinezza. Era il bicchiere lungo, da cocktail con il simbolo del locale. Lo confessiamo: uno lo abbiamo portato indebitamente a casa, sotto il giaccone, ed esposto per anni come un trofeo. Averlo sulla mensola della camera faceva la differenza. Mezzo secolo: non pare vero. —

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Un giovanissimo (ma sempre molto abbronzato) Carlo Conti, tra gli assidui frequentatori del Ciucheba

Un giovanissimo Giorgio Panariello

Jerry Calà abbracciato abbracciato al patron del locale Mauro Donati

Un’esibizione di Renato Zero del 1975

Alba Parietti al pianobar