Nelle sculture di Michelangelo il marmo adesso respira di luce

Completato dopo otto anni il complesso restauro della Sagrestia nuova Utilizzate tecniche innovative sia sulle pareti che sulle opere del Buonarroti 

Gabriele Rizza

FIRENZE. È stata lunga. Quasi otto anni. Tanto è durata la campagna di interventi nella Sagrestia nuova delle Cappelle medicee nella Basilica di San Lorenzo. Lavori iniziati nel 2013 con il restauro delle pareti, terminati nel 2020 con la pulitura delle sculture delle tombe di Giuliano duca di Nemours e di Lorenzo duca d’Urbino. Un’impresa complessa, riuscita anche grazie ad una campagna di indagini puntuali e all’utilizzo di un’innovativa tecnica di biopulitura messa a punto dall’Enea, sperimentata per la prima volta sulle opere di Michelangelo, che utilizza delle colonie di batteri per ripulire i segni del tempo e rimuovere in sicurezza le macchie dal marmo.


«Un lavoro partito dai parati marmorei e dalle paraste in pietra serena delimitanti lo spazio – ricorda la direttrice del Bargello Paola D’Agostino – che ha permesso di recuperare i valori cromatici delle pareti e delle sculture oltre ad approfondire conoscenze tecniche che ci permettono di capire le fasi costruttive e il metodo che il Buonarroti applicò nella realizzazione dell’insieme, che necessitava di un’accurata manutenzione dopo l’ultimo intervento conservativo del 1988».

La Sagrestia nuova, l’ultimo impegno fiorentino di Michelangelo, è il risultato di una straordinaria fusione fra spazio architettonico, elementi funzionali, elementi decorativi e proporzione delle forme nell’uso calibrato di pieni e di vuoti, sia in marmo che in pietra serena, un mirabile equilibrio di luce, ombre, colore e materia. Liberate dai depositi di polvere accumulatisi nel corso degli anni e rimosse le macchie dal basamento e dalla superficie scultorea, residui di sostanze utilizzate in passato per proteggerle durante l’esecuzione dei calchi eseguiti dal Cinquecento a tutto l’Ottocento, le figure michelangiolesche rimbalzano vivide in tutto il loro dinamismo prospettico. Sono corpi attraversati dalla luce, che respirano di luce e scivolano sulla luce. Espressione del suo intimo rapporto con il marmo e della capacità di trasformarlo in sorgente luminosa, le statue di Michelangelo sono il richiamo a una trascendenza che rende simbolico e spirituale il lavoro dell’artista.

«La Sagrestia è un luogo dove all’apparenza tutto sembra perfetto – spiega Monica Bietti già responsabile del museo delle Cappelle medicee – e invece le vicende di questo spazio narrano di un susseguirsi di difficoltà e abbandoni, di oblio e rinascita. Il lavoro di restauro ha permesso di approfondire le conoscenze tecniche sul modo di costruire o meglio sovrapporre le lastre marmoree e sulla maniera di eseguire le decorazioni figurative, vegetali e modulari, un esercizio che ci consente di distinguere le mani dei collaboratori di Michelangelo, documentati in questa impresa».

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