Pirandello, i “Sei personaggi” e il teatro non fu più lo stesso

Cent’anni fa la tumultuosa prima al Valle di Roma col pubblico infuriato ma con le 131 repliche a Berlino, il dramma dell’identità divenne immortale

Gabriele Rizza

C’è sempre una prima volta. A teatro si chiama debutto. Quello dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello resta uno dei più clamorosi. A un secolo di distanza: Roma teatro Valle, 9 maggio 1921. La compagnia Nicodemi era guidata da Vara Vergani e Luigi Almirante. Fu un putiferio. Troppo spericolata quella ricerca della verità che dal palcoscenico, dalla finzione del palcoscenico, scendeva nella realtà della vita (in platea) e viceversa vertiginosamente vi risaliva, creando disagio, inquietudine, slittamenti di coscienza. Era quello il teatro con cui bisognava fare i conti? Sarà il teatro che dopo di allora non sarà più quello che era stato finora.


Al Valle, quel 9 maggio 1921, la protesta prese i contorni di una serata futurista. Il minimo che molti spettatori si sentirono in dovere di dire fu «manicomio, manicomio». Magari non avevano tutti i torti. Che stava a significare quella ingombrante, ma fantasmatica presenza, di persone che volevano farsi personaggi, ansiosi di raccontare la loro triste storia e così gettarla in pasto al pubblico, che per vedere una “trama” aveva pagato, neanche fosse un normale, anche se indigesto, fatto di cronaca? Il pubblico si trovò di fronte a qualcosa di completamente inedito, un assalto alla forma del teatro borghese, una non-storia in cui a essere messi sotto indagine non erano solo il meccanismo teatrale e la creazione artistica, ma lo stesso rapporto tra realtà e finzione.

Nel tempo, “Sei personaggi” sono passati da essere una pietra di scandalo a testo “classico” per essere rappresentato agli studenti e pubblici diversi. Mettere in scena questo testo oggi significa muoversi in una mediasfera dove il confine tra vita privata, storytelling, informazione e manipolazione è sempre più labile.

Pirandello arriva nella capitale forte di onori e riconoscimenti. Il suo era un nome già famoso. A Roma nel 1917 aveva debuttato “La giara” con Angelo Musco, poi a Torino “Il piacere dell’onestà”, a Milano nel 1919 “L’uomo la bestia e la virtù” ma una prima assoluta era toccata anche a Livorno: il 22 novembre 1918 al teatro Rossini la compagnia Emma Grammatica mandava in scena “Ma non è una cosa seria”. Dicevamo di Roma che aveva visto trionfare al Quirino, sempre guidati da Ruggero Ruggeri, nel 1918 “Il giuoco delle parti” (prim’attrice era Vera Vergani) e nel 1920 “Tutto per bene”, mentre all’Argentina Emma Grammatica quello stesso anno dirige “La signora Morli, una e due”. Una doppia personalità che – nel caso dei Personaggi – si moltiplica per tre, si fa in sei e cambia le regole dello stare in scena. A chi dobbiamo credere? All’autore, al regista, ai personaggi che spuntano dal nulla o agli interpreti che se ne fanno carico? Si può dire, a proposito dell’uomo di Pirandello, non dell’uomo senza qualità di Musil, ma dell’uomo senza identità: e senza identità si può essere “uno, nessuno centomila”.

Pirandello rivedrà negli anni seguenti la sua creatura, al cui successo senza confini (sorta di castello kafkiano da smontare e rimontare a piacimento, cogliendone ogni volte impensabili profondità, accattivanti umorismi o pruriginose futilità) contribuiranno gli allestimenti stranieri, in particolare quello del tedesco Max Reinhardt nel 1925 a Berlino, che registrò 131 repliche.

Da un secolo i personaggi pirandelliani non smettono di inseguire il loro volto/maschera. Di metterla a fuoco. Che ogni regista si propone di sviluppare e ricreare a suo modo. Il banco della contemporaneità è ormai aperto. Ci si affollano in tanti. In un gioco di rifrazioni multiple, come tante matrioske, i ruoli e le istanze drammatiche si moltiplicano. Il teatro non smette di riflettersi su se stesso. Una centrifuga che dopo cento anni affascina, inquieta, inventa. Riveduto, corretto, scorretto, riletto, rivisto. Un testo senza confini. Basato su una sola verità: la vita non possiamo ingabbiarla, quando qualcuno pensa di poterlo fare si rende protagonista di un processo tragico.

La follia regna sovrana? A teatro succede. Dovrebbe succedere. Se non è così qualcosa non funziona. Loro i Sei Personaggi stanno lì a dimostrarcelo. —

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