La prova costume non è più di moda: più liberi con i rotolini sulla spiaggia

Sta finendo un mito anni Sessanta: ci guardiamo di più negli occhi anche grazie alle mascherine

Come un jukebox. Cambia musica, cambia canzone e muta la scena. Dagli anni Sessanta ai giorni d’oggi, estate dopo estate con una certezza acquisita: della prova costume non ne vogliamo più sapere. Anzi l’abbiamo proprio mandata a farsi benedire perché, da un paio di stagioni balneari a questa parte, abbiamo imparato (la mascherina in questo ci ha messo del suo) a guardarci di più negli occhi. Ma anche a capire quanto sia importante – più dei fisici scolpiti e dei bikini mozzafiato – poter andare in spiaggia, e respirare la brezza marina. Riassaporare insomma la normalità.

Ma cominciamo dall’inizio. Con la prima canzone.


«Per quest’anno non cambiare stessa spiaggia, stesso mare». Così cantava Piero Focaccia nel 1963. E, a distanza di anni quel tormentone, estate dopo estate, è diventano molto spesso anche un tormento.

Sì, perché per anni è stata proprio l’idea della stessa spiaggia e dello stesso mare a metterci in allerta, con un paio di mesi di anticipo, per la prova costume. La fatidica prova costume.

Il copione, per molte (e molti) era più o meno lo stesso. Dalla titolare dello stabilimento, alla ristoratrice che, a metà stagione poi si sarebbe pentita non potendoci più ingozzare di fritturina e vino bianco gelato, fino ai vicini di ombrellone, la radiografia (a cielo aperto), la prova costume non ce la risparmiava nessuno.

Diciamo poi che il pallore non aiuta (hai voglia di intonare “Tintarella di luna”! ), insomma quei primi momenti sulla stessa spiaggia, stesso mare, ci facevano scontare i panettoni, le colombe, le crepes con la nutella e le domeniche passate sul divano.

«Sei un po’ ingrassata». «Non hai fatto palestra? ». «Ti trovo fuori forma, hai messo su la pancetta». Donne e uomini, ce n’era per tutti.

Dopo la terza estate di non troppo eleganti bocciature sul nostro stato fisico abbiamo cominciato a fare i conti prima con la prova costume.

Manco si trattasse dell’esame di maturità o quello per il dottorato. Le più motivate hanno fatto la tessera della palestra a settembre, non appena conclusa la stagione balneare, e hanno sudato fra spinning e squat per arrivare senza rotolini in eccesso al battesimo di spiaggia e ombrellone. Poi c’è chi, la stragrande maggioranza, si è limitato a confidare in un intervento superiore, magari di Fabio Concato in persona che, del resto, lo ha messo anche in una canzone “ti hanno mai detto che le magre sono tristi, mentre tu hai sempre voglia di cantare”. (“Rosalina”, Fabio Concato 1984). Poi, visto che nessuna navicella aliena è atterrata portandosi via la cellulite a metà aprile (dopo aver spolverato l’ultimo pezzetto di uovo di cioccolata) si entrava con passo felpato nei camerini. Per la prova costume. Le luci a neon e il colorito verdognolo dell’inverno, ci davano il colpo di grazia.

E allora cominciavano quelle due o tre settimane di flessioni, impacchi di fango e dieta rigida (più o meno). Ma, a metà giugno, spesso ci conveniva acchiappare un pareo prima di presentarsi in spiaggia. Il metal detector dei vicini di ombrellone avrebbe comunque registrato tutto. Anche il cappuccino con il bombolone mangiato sette mesi prima al bar sotto casa. Insomma anni e anni di prove costume (spesso mal superate) e quel tormentone-tormento «per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare».

Facile a dirsi, tornare sempre sul luogo del delitto, dove poi ti dovevi incassare sguardi di disapprovazione e qualche critica nemmeno troppo celata. La stessa spiaggia non aveva poi tutto quel fascino. Anzi.

Poi che cosa è successo?

Semplice, abbiamo cambiato colonna sonora. «Brillanti sparsi sulla pelle bianca, tu esci come Venere da un’onda, ti butti sulla sabbia, sei bella che fai quasi rabbia» (Fred Bongusto “Tre settimane da raccontare” 1973), no, questa non è quella giusta. Ci siamo fatte convincere da Lorenzo Jovanotti e ci siamo appassionate alla sua canzone “A te che non ti piaci mai, e sei una meraviglia” (A te, 2008). Abbiamo cambiato musica ed è bastato quello a farci capire quanto le piccole imperfezioni, spesso, siano solo nei nostri occhi e non in quelli di chi ci guarda. Sicuramente non in quelli di chi ci vuole bene. Già la scorsa estate siamo tornate nella “stessa spiaggia” infischiandocene dei giudizi dei vicini di ombrellone. La pandemia ha cambiato tutto e ci ha insegnato a assaporare le cose semplici, come un fine settimana sulla spiaggia e uno spaghetto alle vongole. Ci siamo riaffacciati all’estate, e lo faremo anche quest’anno, con ancora tanta paura, tanti condizionamenti e anche tanta tristezza per chi, in spiaggia non vedremo più. Da sopra la mascherina abbiamo imparato a guardarci meglio negli occhi. «Se l’inverno è soltanto un’estate che non ti ha conosciuto, e non sa come mi riduci, hai le fiamme negli occhi ed infatti se i guardi mi bruci». (Fiamme negli occhi, Coma Cose 2021). —

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