Haruki Murakami, otto racconti che assomigliano all’autobiografia

«Prima persona singolare», un libro “diverso” nella produzione dello scrittore giapponese

Lorenzo Marchese

Rispetto alle grandi cattedrali narrative di “1Q84” (uscito in tre volumi fra il 2009 e il 2012) e “L’assassinio del commendatore” (un dittico di romanzi uscito tre anni fa, e appena meno lungo), per non citare che pochi testi dalla produzione ormai quarantennale di Murakami Haruki, l’impressione data da “Prima persona singolare” (Einaudi, Supercoralli, 2021, 17 euro) è quella di un libro “minore”, una raccolta di scritti occasionali dello scrittore giapponese a oggi più tradotto e venduto in Italia (e più volte vicino a vincere il Nobel per la letteratura). Ma in questo libro, rivolto verso l’autobiografia in una maniera persino insolita per uno che che non ha mai amato fare di se stesso carne da romanzo, niente è come sembra. Gli otto racconti qui accolti riferiscono lacerti della giovinezza di Murakami, amori fugaci, sogni a occhi sbarrati, incontri casualmente decisivi, giri a vuoto ascoltando molta musica di ogni genere (e con un sottofondo musicale adeguato si consiglia di leggerli).


Tutto, in teoria, viene dall’esperienza dell’autore ed è pronto a diventare materiale da commemorazioni malinconiche: ma nessun ricordo è davvero affidabile, sospeso com’è fra rimozione e oblio arbitrario, cosicché il narratore ci porta con sé in un mondo dai confini incerti, che sta per evaporare, e avanziamo perplessi in attesa dell’imprevisto. Il passato di Murakami ci appare come, per usare le sue parole, una specie di “sogno iperrealistico” in cui le tracce della quotidianità e dell’usuale si confondono: un territorio da riscoprire, in certi casi da ritenere perduto per sempre. Delle donne che ha amato, Murakami trattiene dettagli insignificanti ma non ricorda le fattezze né, spesso, i nomi. Della ragazza protagonista di “Un cuscino di pietra”, mai più vista dopo l’incontro di una notte, Murakami precisa: “A me non pareva affatto brutta, ma era anche vero che non la si poteva definire una bellezza. Comunque adesso non ricordo piú che faccia avesse, quindi non saprei descriverla”. Altrove, uno sfiorarsi con lo sguardo in un corridoio determina, per vie insondabili, il destino amoroso del giovane Murakami, della prima ragazza che ha amato e persino di suo fratello. È quanto accade in “With the Beatles”, che nel titolo, nella trama e nella tristezza di fondo appare come uno stampo narrativo-autobiografico di quello che è ancora fra i romanzi più belli di Murakami: “Norwegian Wood” (uscito in Giappone nel 1987). Infine, in certi incontri chi sta davanti all’autore non è chi sembrava a un primo sguardo ma rivela un profilo inaspettato. Può trattarsi di una donna bruttina, senza palesi motivi d’interesse (in “Carnaval”), o magari di una scimmia capace, senza alcuno stupore, di parlare, lavorare in una locanda termale, sentirsi a disagio sospesa fra il mondo degli animali e quello degli umani con cui divide birra e desideri.

È la presenza di questo essere magico (unico elemento di un libro per il resto di stretto realismo), che ricorda non troppo casualmente la scimmia erudita del classico racconto “Un discorso all’Accademia” di Franz Kafka, a svelare l’incanto di “Prima persona singolare”: o l’autobiografia è inventata, o non ha senso. Murakami stesso, raccontando in “Charlie Parker plays Bossa Nova” di aver scritto una recensione a un disco mai realizzato del jazzista americano, ci chiarisce i termini della sua autofiction: è tutto vero, in particolare ciò che non è mai accaduto. —

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