«Ci sono venti faziosi che minano la verità» Viaggio nell’informazione e nei suoi rischi

Tiziana Ciavardini e Marino D’Amore indagano sullo stato di salute della comunicazione nel libro “Fammi parlare”

Elena Torre

“Fammi parlare” è il titolo del bel libro dell’antropologa culturale Tiziana Ciavardini e il sociologo della comunicazione Marino D’Amore uscito per Primiceri Editore. Il testo è dedicato a tutte le giornaliste e i giornalisti che hanno perso la vita per aver raccontato realtà scomode e a tutti coloro che ogni giorno ancora lottano in cerca di verità. La prefazione del giudice Valerio De Gioia si apre con l’articolo 21 della nostra Costituzione che sancisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni mezzo di diffusione e sulla libertà. Tanto più oggi che ricorre la Giornata internazionale della libertà di stampa.


Gli autori ci accompagnano in un viaggio che si apre con le origini della comunicazione, per poi dedicarsi allo spinoso capitolo della disinformazione e dei pericoli che crea, il proliferare delle fake news e il fenomeno del voyerismo mediatico. E ancora l’analisi del fenomeno dell’odio mediatico e l’importanza della deontologia professionale, della stesura delle varie Carte come quella di Assisi diventata Carta europea dell’informazione fino ad abbracciare altri temi fondamentali come il diritto di cronaca e la censura. Di particolare interesse anche quella che viene definita come “Infopandemia” ovvero la confusione creata dal sovraccarico di informazioni sul Covid19.

Una coppia di autori provenienti da ambiti diversi per una più ampia visione e per capire meglio quello che stiamo vivendo. «Abbiamo cercato un punto di vista multidisciplinare attraverso le nozioni antropologiche e sociologiche con l’intento di analizzare il fenomeno della comunicazione e dell’informazione nel modo più esaustivo possibile», racconta Ciavardini, che a proposito dello stato di salute dell’informazione oggi in Italia dice: «Non dobbiamo generalizzare ma sicuramente ci sono dei venti faziosi che mirano ad edulcorare la realtà delle cose; siamo in tempi di post verità anzi come spesso ricorda il professor D’Amore siamo in tempi di una over verità, cioè di conformare la verità raccontata nella maniera più utile a quella che serve al momento».

Tiziana Ciavardini, quali, se ci sono, le differenze più evidenti con gli altri paesi nel mondo?

«Sicuramente da noi c’è una democrazia comunicativa maggiore rispetto ad altri paesi. Pensiamo alla Cina, all’Iran o altre nazioni del centro Europa in cui c’è una sorta di censura rispetto all’informazione che esce. Dobbiamo agire il prima possibile prima che vengano messi i bavagli all’informazione soprattutto in quei paesi nostri vicini, che si definiscono democratici e che rientrano nell’Unione europea. Fortunatamente in Italia viviamo un periodo di contraddittorio e di dibattito ancora presente, anche se basato su presupposti e supposizioni troppo conflittuali e spesso molto polarizzate. Importante ricordare che al momento in Italia sono più di venti le croniste e i cronisti costretti a una vita “sotto scorta” e chissà quanti, in contesti locali dove i riflettori non si accendono, rischiano ogni giorno. Per questo nel nostro testo abbiamo inserito un parte che tratta del tema della “scorta mediatica”. Ovvero quell’impegno da parte dei colleghi giornalisti di non lasciare mai solo il giornalista minacciato e di continuare amplificando ancora di più il tema di cui quel cronista si sta occupando o sta indagando».

In che modo Internet e i social hanno modificato, o inficiato, l’informazione ufficiale?

«Internet è sicuramente la più grande piattaforma comunicativa che si basa, almeno, negli intenti, su un concetto di democrazia, dove tutti possono dire la propria opinione in cui spesso la parola d’ordine è polemizzare sempre, ossia schierarsi su due poli opposti che generano conflitto. Attraverso la comunicazione su internet tutti si avvalgono di una legittimità comunicativa che in altri ambiti non avrebbero. Abbiamo dedicato proprio una parte del nostro libro alla “Infopandemia” termine concepito dal professor D’Amore che spiega il sovraccarico d’informazioni sul tema della pandemia che all’inizio sono state contrastanti, poi ipertranquillizzanti e infine allarmanti; stimoli informativi che non chiariscono la questione e soprattutto neutralizzano la legittimità autorevole di ogni fonte. Oltre ovviamente a creare molta confusione nell’opinione pubblica».

Esiste o può esistere un’informazione che possa dirsi realmente libera?

«Esiste e può assolutamente esistere. È un’informazione non faziosa dedicata, deontologicamente puntuale, aperta al pluralismo, al confronto, al dibattito, fondata sulla libertà di espressione che annoveri anche la libertà di espressione del nostro interlocutore».

Tutto è perduto o qualcosa può ancora accadere?

«Non c’è nulla di perduto. Possiamo riportare la comunicazione alla sua natura, ripristinando prima di tutto la credibilità della professione e soprattutto evitando forme di odio nell’informazione».

Si parla tanto di deontologia professionale e nell’aggiornamento professionale dei giornalisti è obbligatoria: come sta la deontologia?

«La deontologia alcuni la mettono in primo piano altri invece non ne tengono conto pur di comunicare il proprio pensiero seppur non in linea con i dettami del giornalismo. Nel testo riportiamo le Carte deontologiche con il Testo unico del giornalista aggiornato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti a gennaio 2021. Nella viva speranza che tutti i giornalisti ne facciano buon uso». —

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