I graffiti osceni degli antichi romani Parolacce che hanno rinvigorito il latino

Un libro sulle iscrizioni scurrili dimostra l’unità dell’impero più grande dell’antichità attraverso la lingua “volgare”

C’erano prima loro. Ci sono sempre stati prima loro. Anche come graffitari. Anche come insolenti. E come insozza-muri. Per nulla pudichi. Grezzi e senza freni. Sì, i romani. Già era noto a Pompei che sui muri si scrivessero invettive contro i signori. Ora abbiamo testimonianze che sui muri, sui metalli, su qualunque superficie fosse disponibile la popolazione ha creato la lingua “volgare”. Il latino “volgare” nel senso etimologico del popolo. Ha contribuito, con strafalcioni, offese e frasi oscene a rendere il latino una lingua viva. “Lecca la minchia” non è un’esclusiva dei trapper o dei graffitari arrabbiati degli anni Duemila. Poprio per niente. Lo scriveva già un anonimo ai tempi dei romani. E ne abbiamo le prove. In un reperto, bello , scelto come copertina del libro “Oltre Pompei: graffiti e altre iscrizioni oscene dell’Impero Romano d’Occidente”.

Il reperto in questione – “Blandio, lecca la minchia” – è stato trovato nei pressi del foro di Aquae Statiellae, l’attuale Aqui Terme dove è oggi conservato nel museo civico archeologico. È stato selezionato, insieme a molti altri, dall’Africa alla Germania, dagli autori del libro (Deinotera editrice) Stefano Rocchi, docente di filologia classica all’università di Pavia, e Roberta Marchionni che propongono, senza ipocrisie di traduzione frammenti fondamentali per la comprensione dell’evoluzione del latino parlato. Conferma il professor Rocchi: «La traduzione è schietta e scevra di inibizioni, come si conviene alle tematiche trattate, che faranno forse sorridere e pensare come in fondo l’uomo poco o nulla cambi. Il pensiero correrà senz’altro alle scritte sulle colonne di portici e nei bagni pubblici delle nostre città o al fenomeno degli haters più o meno anonimi attivi sui social». C’è, ad esempio, un’incisione rinvenuta nella latrina del foro di Minturno. In originale (con alcune lettere mancanti) suona: “++ecio hic cacavit. Eutic(h)io, mer... (dam) comede!La traduzione è... cione (nome proprio) ha cacato qui. Eutichione mangia tutta la merda!


Quanto a insulti e odiatori, insomma, anche i romani erano già piuttosto avanti. Il libro ci mostra, infatti, graffiti parietali recuperati da un luogo di culto di Iside a Roma, che veniva celebrata nei sotterranei della basilica di Santa Sabina sull’Aventino. Si tratta di graffiti ad alto contenuto sessuale: “Lo ficco in gola a Fausto, Oppio, Rufo”. In un’altra incisione, fra l’altro scritta al contrario “Ti prego, incul....” (il testo in originale è integrale).

E se alle parole i romani aggiungevano disegni non erano certo fiorellini. Anzi a linguaggio osceno corrispondeva disegno osceno. Ecco, quindi apparire un bassorilievo di una mentula (un pene) rinvenuto nei pressi della porta occidentale del campo legionario di Vindonissa nei pressi della moderna Windisch, in Svizzera. In questo caso a parlare è proprio il pene: “Mi ha preso la fregola”.

L’interesse di queste scritte, con ortografia e grmmatica povera, incise con strumenti improvvisati, non certo con l’obiettivo di passare alla Storia, è duplice: documentare l'evoluzione della lingua latina popolare, parlata da chiunque fosse abbastanza istruito da saper scrivere un graffito su un muro, su un piatto, sul collare di una schiava; dimostrare che la lingua era la stessa, comunque, a tutti i territori dell’impero. —

Ilaria Bonuccelli

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