I 50 anni dell’addio a Stravinskij il genio che sconvolse la critica

Compositore tra i più importanti del Novecento ha attraversato vari stili rivoluzionando l'orchestrazione e reinventando il balletto moderno

PARIGI. La prima il 29 maggio 1913 a Parigi della “Sagra della primavera” di Igor Stravinskij, di cui oggi ricorrono i 50 anni dalla morte, rappresenta per la musica lo stesso punto di svolta, la stessa rottura e modernità che per la storia del teatro hanno i “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello il 9 maggio del 1921 a Roma. Ambedue le serate finirono tra applausi e fischi con le opposte fazioni del pubblico che rumoreggiano e vengono violentemente alle mani.

Commissionato da Djaghilev per i suoi Ballets Russes, per il quale Stravinskij aveva composto due anni prima “Petruska”, questo rito barbarico “della Russia pagana” va in scena con le coreografie di Nijinsky e le scene di Roerich al Theatre des Champs-Elisées. A spiazzare il pubblico sono anche le danze, che nulla hanno di tradizionale, ma è la musica, diretta da Pierre Monteux con un’orchestra di oltre cento elementi, a scioccarlo con la forza travolgente e la violenza dei suoi ritmi. Come Picasso, si è detto, attraversa più periodi stilistici. Grande sperimentatore, sarebbe facile definire la sua creatività eclettica, ma ogni appropriazione e citazione e riferimento vivono una personalissima trasformazione e un evoluzione che, passando per la ricerca e quasi un’indagine neoclassica, terminerà con un approdo alla musica dodecafonica (vari canti e il balletto “Agon” del 1957), dopo averla sempre rifiutata. Anzi, lui e Schonberg (che mentre nasceva la “saga” compose da parte sua “’Pierrot lunaire”) venivano visti in una semplificazione polemica come anime di due creatività opposte, da una parte la libera e istintiva vitalità, dall’altra l’organizzazione sonora cerebrale.


Dopo l’esperienza, nata dalla guerra, tragica e beffarda della “Histoire du soldat”, ecco nel 1920 “Pulcinella” (coreografia Massine, scene e costumi di Picasso) che gioca e rielabora motivi barocchi italiani a cominciare da Pergolesi, il concerto “Dumbarton oaks” dai precisi riferimenti a Bach, che torna con echi gregoriani e di musica sacra ortodossa per la spiritualissima “Sinfonia dei salmi” del 1931, uno dei suoi grandi capolavori, passando per composizioni in cui lavora su Mozart, Schubert, Rossini, Gounod, Wagner, non ponendosi in modo dialettico ma appropriandosene stilisticamente in modo intimo, per arrivare a una rivisitazione jazz con “Ebony concerto” scritto nel 1945 per il clarinetto di Woody Herman. Alcuni musicologi hanno condotto una specie di caccia al tesoro per scoprire tutte le citazioni e fonti del periodo cosiddetto neoclassico di Stravinskij, chiuso dalla “Carriera di un libertino” nel 1951, il quale amava dire: «Un buon musicista non imita. Ruba».

Nato a Pietroburgo nel 1882 e poi naturalizzato francese, figlio di un cantante d’opera, fu attratto già grande dalla musica, mentre stava a 23 anni per laurearsi in legge e incontrò Rimskij-Korsakov che lo prese tra i suoi allievi. Le prime composizioni nascono in quegli anni, ma la svolta arriva con l’incontro con Djaghilev che darà vita alla grande stagione dei suoi balletti, a partire nel 1910 da “L’uccello di fuoco”. Da allora, conquistando subito personaggi che vanno da Cocteau a D’Annunzio, da Ravel a Casella, fu una carriera estremamente prolifica di continui successi, che influenzò enormemente la musica contemporanea e artisti come appunto Ravel e poi Milahaud, Prokofiev, Poulenc, Britten, Menotti, Petrassi, ma anche esponenti dell’avanguardia come Boulez, Berio, Stockhausen. —