Giù le mani dall’Haka degli All Blacks: no alla vendita dei diritti sulla danza

Un fondo americano offre 276 milioni per sfruttare il brand della squadra di rugby neozelandese


«Ognuno ha un prezzo, la cosa importante è scoprire qual è», diceva il re della droga, il narcotrafficante colombiano, Pablo Escobar. Sarà vero? Forse sì. O forse anche no. Molto dipende da come finirà questa storia degli All Blacks. Una storia fatta di soldi ma anche di orgoglio e d’identità. E parte dal primo Paese al mondo a dichiararsi Covid-free. Peccato che gli effetti devastanti della pandemia si siano fatti sentire anche in Nuova Zelanda, un po’ in tutti i settori, sport compreso. La federazione nazionale di rugby ha annunciato per il 2020 una perdita che va dai 35 ai 45 milioni di euro, e sta valutando perciò la possibilità di vendere una quota dei suoi diritti commerciali.

Va detto che la squadra degli All Blacks, vero e proprio patrimonio nazionale, è considerata a tutti gli effetti un brand di enorme successo. Uno studio di qualche anno fa la metteva al quinto posto in un’ideale classifica fra i maggiori brand sportivi mondiali, dietro la Ferrari, le squadre di calcio del Real Madrid e del Manchester United e la squadra di baseball dei New York Yankees.

Le offerte, quindi, non si sono fatte aspettare. Nello specifico, è il fondo statunitense Silver Lake a essersi proposto, offrendo per il 15 per cento per il “marchio” degli All Blacks (valutati due miliardi di dollari, circa un miliardo e 700 milioni di euro) una somma pari a 276 milioni di euro. Un’offerta economica che riguarda tutto il pacchetto: nazionale maschile, nazionale femminile e, ovviamente, anche la celebre Haka, la danza maori che i rugbisti degli All Blacks eseguono prima di ogni incontro ufficiale.

IL NO DEI GIOCATORI

In questa sceneggiatura già avviata a suon di cifre e percentuali, ecco che entra in campo la sorpresa: i giocatori e le giocatrici neozelandesi mettono il veto alla trattativa, con una lunga lettera nella quale affidano agli oltre 130 anni della propria storia l’impegno e l’orgoglio di combattere per il Paese, e per nessun altro. Da qui il rifiuto di concedere il benestare alla vendita. Gli All Blacks sono leggenda, la squadra imbattibile che indossa da sempre, o quasi (nel 1884 la nazionale neozelandese in tournée nel Nuovo Galles del sud vestiva una maglia senza simboli, ma la All Blacks vera e propria nasce nel 1892) una divisa completamente nera con una foglia di felce color argento sul lato sinistro della maglia.

IL NOME ALL BLACKS

Il nome della nazionale neozelandese è dovuto proprio al colore della divisa, ma esiste anche la leggenda di un refuso. Nel 1905, durante il primo tour europeo, un giornalista, parlando dello stile del gioco neozelandese, scrisse nell’articolo “All backs”, cioè “tutti attaccanti”, riferendosi al loro gioco muscolare e impetuoso. In redazione, tuttavia, al momento della stampa, credendo in un errore del cronista, la frase fu cambiata, proprio pensando alla divisa nera, in “All blacks”.

LA MITICA HAKA

Leggenda o meno, la squadra nazionale della Nuova Zelanda è di per sé mitologica, con una percentuale di vittorie del 75 per cento. Ma, al di là di mischie e calci liberi, drop e mete, molto del mito che circonda gli All Blacks lo si deve all’Haka, l’affascinante danza maori che i giocatori fanno prima degli incontri. Una roba da stropicciarsi gli occhi anche per chi del rugby non sa nulla. Una roba per la quale dovrebbero far pagare un biglietto a parte.

Contrariamente a quanto si possa pensare, non è una danza di guerra, ma è un ballo della cultura maori, l’etnia originaria che abitava la Nuova Zelanda prima dell’arrivo dei coloni occidentali. Un ballo che esprime fisicamente e verbalmente le emozioni interiori, che siano gioia o dolore, euforia o rabbia. È, in pratica, un metodo corporeo per comunicare il pathos che, nella retorica greca, indica l’insieme di passionalità, concitazione, grandezza della tragedia. Ebbene sì, l’Haka è una performance teatrale a tutti gli effetti, che noi conosciamo soprattutto grazie al rugby ma che, in Nuova Zelanda, è nota e praticata da tutti.

NON SOLO RUBGY

Non è raro in Nuova Zelanda vedere l’Haka in occasione di un matrimonio o nel corso di manifestazioni, magari studentesche. Anzi, molti istituti neozelandesi prevedono all’interno del piano formativo l’insegnamento dell’Haka. Fuori contesto, ma a sottolinearne la celebrità planetaria, ricordiamo l’Haka interpretata da Jason Momoa e da parte del cast alla prima del film “Aquaman” nel 2018, con tanto di pubblico in visibilio per l’intrattenimento fuori programma.

Lo studioso Alan Armstrong, nel libro “Maori games and Haka”, definisce così la famosa danza: «La Haka è una composizione suonata con molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua, occhi. Tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenuti nelle parole. È disciplinata, eppure emozionale. Più di ogni altro aspetto della cultura maori, questa complessa danza è l’espressione della passione, del vigore e dell’identità della razza. È, al suo meglio, un messaggio dell’anima espresso attraverso le parole e gli atteggiamenti». Linguacce, occhi sbarrati, grida acute, l’Haka è un’espressione liberatoria che potremmo adottare tutti, senza paura di tradirne gli ideali.

Concludiamo, però, tornando al rugby dove l’Haka fa sognare ed emozionare. E lo facciamo ricordando il saluto al più grande fra i grandi, a Jonah Lomu, il gigante leggendario degli All Blacks, scomparso a soli 40 anni nel 2015. Al tempo, dopo una cerimonia funebre in forma privata, l’omaggio pubblico si tenne all’Eden Park di Auckland. La bara portata in spalla dagli ex compagni, seguita dalla moglie e dai figli, e a salutare il campione l’Haka eseguita da una rappresentativa maori. –

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