La mattanza di Empoli Aspettavano i fascisti uccisero sette marinai

I marittimi andavano da Livorno a Firenze a sostituire i ferrovieri in sciopero L’incontro con un sindacalista, poi l’agguato. Ammazzati anche due carabinieri  

LA STORIA

PAOLO SANTINI


In un clima di violenze e sommosse, con le linee ferroviarie paralizzate dallo sciopero generale indetto all’indomani dell’uccisione di Spartaco Lavagnini, segretario fiorentino del Partito comunista, da Roma arrivano ordini precisi per ripristinare i collegamenti ferroviari. E qui entrano in scena i documenti custoditi nell’archivio storico della Marina, che chissà perché continuano a essere trascurati dalla storiografia ufficiale. Quei documenti tracciano, nell’immediatezza dei fatti, un quadro preciso, che sarà in parte confermato molto più tardi anche dal processo.

I telegrammi

In un dispaccio telegrafico urgente a firma del ministro della Marina ammiraglio Giovanni Sechi del 28 febbraio, ore 10,30, diretto a La Spezia al comando della Marina, si ordina di «avviare subito Firenze venti coppie per servizio ferroviario». Nelle istruzioni riservate, recapitate al Capitano macchinista Nello Ambrogi si spiega che lo scopo della missione è di sostituire, in caso di necessità, ferrovieri e fuochisti in sciopero.

Alle 21,45 da La Spezia viene inviato al Ministero della Marina un telegramma cifrato riservatissimo e qualificato come urgentissimo: vi si dice che i marinai dovranno partire il giorno dopo via mare per Livorno e poi «proseguire se possibile in camion» per Firenze. Ma a Roma qualcuno ci ripensa, e dal Ministero l’ammiraglio Sechi telegramma il giorno successivo alle 9,30 al Comandante dell’Accademia Navale di Livorno: «Disponga perché coppie provenienti Spezia per servizio ferroviario destinate Firenze siano trattenute costì a disposizione locale Ispettorato ferroviario».

I marinai incaricati di sostituire i ferrovieri in sciopero devono rimanere fermi a Livorno. Il telegramma di Sechi trasmesso alle 9,30 però inspiegabilmente arriverà fra le mani del Comandante dell’Accademia Navale soltanto alle 14,30. Dall’Accademia il telegramma di conferma ricevuta viene inviato alle 15: «personale proveniente Spezia partito per Firenze ore 11,45 col mezzo camion».

I camion sono partiti

Ormai il convoglio era partito. Cosa era successo? A questo dovrebbe rispondere una ricerca seria; il resto sono congetture. I militari stavano andando incontro al loro triste destino. I marinai erano arrivati a Livorno a mezzo nave e già mentre si stavano dirigendo verso gli autocarri, in borghese ma con indosso alcuni capi dell’arma di appartenenza, dotati di pistola Beretta erano stati apostrofati dalla folla degli scioperanti come crumiri, alludendo al fatto che avrebbero sostituito i ferrovieri in sciopero.

Nella relazione del 13 aprile, si legge inoltre che durante il viaggio i marinai incontrarono alle 14 nei pressi di Pisa una motocicletta che si era fermata vicino a uno dei camion in avaria; in quel frangente i passeggeri della moto avevano parlato con alcuni marinai scesi dal camion, e fra i tre a bordo del mezzo, proveniente da Livorno, era stato riconosciuto Abdon Maltagliati, figura di spicco del neonato Partito comunista empolese (che stava tornando verso Firenze da Livorno dove aveva partecipato al congresso della confederazione generale del lavoro). La circostanza fu confermata da Maltagliati al processo. Poi la motocicletta aveva proseguito la sua strada.

Il ruolo di Maltagliati, che negherà di aver partecipato all’eccidio, fu certamente centrale: non è certo che sia riuscito ad arrivare in tempo a Empoli per avvisare di persona dell’arrivo dei camion organizzando la folla, anche se al processo ci furono testimonianze contrastanti. Tuttavia delle certezze ci sono: a Empoli la notizia dell’arrivo di due camion “di fascisti” era arrivata per telefono da Santa Croce e da Fucecchio, da dove erano transitati gli automezzi. Chi aveva indicato trattarsi di fascisti? La verità processuale e giudiziaria poi indicherà in Abdon Maltagliati l’ispiratore dell’agguato ai “camion di fascisti”, che fascisti non erano.

L’arrivo a empoli

Arrivati a Empoli, la città si presentava sinistramente deserta, porte e finestre chiuse. Sul primo camion erano presenti il Capitano macchinista Ambrogi con otto carabinieri, 19 marinai e due conducenti. Sul secondo camion era presente il tenente di vascello dell’Accademia Navale Federico Vicedomini, imbarcatosi per un passaggio verso Firenze dove era atteso per il suo matrimonio, 26 marinai e sei carabinieri. Appena i camion giunsero in via Chiarugi una fitta serie di colpi d’arma da fuoco e lanci di pietre si abbattè sul primo mezzo, che poi riuscì a proseguire verso via del Giglio, e piazza del Campaccio (oggi piazza della Vittoria). Il secondo mezzo, che viaggiava a poca distanza, fu investito in pieno dalle raffiche, mentre la strada veniva sbarrata con bidoni. Il secondo camion dovette fermarsi e Vicedomini scese a parlamentare con la folla spiegando che non si trattava di fascisti. All’improvviso una raffica di proiettili investì i marinai uccidendone due. Sarà una mattanza, che proseguirà a lungo, lasciando sul terreno nove morti fra i carabinieri e marinai e dodici feriti. Episodi di efferatezza si susseguirono anche nel momento in cui era ormai chiaro che gli occupanti dei camion erano dei militari. La caccia all’uomo si scatenò per le vie cittadine al grido di «carne venduta a venti lire il giorno». Famoso l’episodio della “Cinquantaccia”, al secolo Ginevra Innocenti, che staccò a morsi un orecchio al marinaio Incarbone, mentre veniva ucciso.

La repressione

Il 2 marzo Empoli fu occupata militarmente, e cominciò la durissima repressione, con centinaia di arresti, l’incendio della camera del lavoro, delle sedi dei partiti e dei giornali di sinistra a opera di squadre fasciste giunte a fiancheggiare l’esercito e le forze di pubblica sicurezza. Il 5 marzo veniva fondato dai fascisti fiorentini il primo fascio di Empoli. —

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