L’idea di un’artista: «Nel salotto della mia casa ora c’è un piccolo teatro»

Recita le sue pièce per poche decine di persone a Forte e ora sta trasformando in mini palcoscenico anche un ex negozio a Querceta

Elisabetta Salvatori è nata per raccontare, lo fa da sempre, la sua passione è il teatro sacro, quello civile, ama le tradizioni, la storia dei luoghi. Vive in Versilia e ha trasformato il salotto della sua casa di Forte dei Marmi in un vero e proprio teatrino dove fino alla scorsa estate ha continuato a recitare.

Porta in scena solo storie vere. Vite di personaggi famosi o sconosciuti. Racconta di artisti: Antonio Ligabue, Dino Campana, Giacomo Puccini, Caterina da Siena. Narra storie della sua terra, di marmo, di scultori e di mare, storie di partigiani, di stragi: quella di Sant’Anna di Stazzema del 1944, e quella di 12 anni fa alla stazione di Viareggio e tante altre. Storie di famiglie che se non si salvano tramandandole andrebbero perse.


Signora Elisabetta, ma come nasce il teatrino?

«Il teatrino in salotto nasce dalla casualità, un po’ come l’incontro col teatro. Quando sono venuta a vivere in questa casa, che conoscevo benissimo perché è di famiglia e ci ho vissuto diversi anni anche da ragazzina, l’ho guardata con occhi diversi. La porta d’ingresso dava sul salotto e sulla sala da pranzo, due stanze senza muri a separle: un unico stanzone. Prima ho pensato che avrei potuto usarlo per farci le prove e subito dopo che poteva diventare un piccolo teatro. Dopo due giorni che ci stavo ho cominciato a dar via poltrone, divano, cristalleria, via televisione, via tutto. Ho fatto fare una piccola pedana in legno, ho dipinto le pareti di rosso, le ho decorate, ho recuperato 50 seggioline e due mesi dopo ho aperto le porte e la gente ha cominciato a venire ad ascoltare i racconti, come le veglie di un tempo. Nell’intimità della casa, con l’odore dei biscotti, perché quando la sera in casa c’è spettacolo, nel pomeriggio impasto i biscotti e alla fine li offro insieme al vin santo. Un’esperienza bellissima. Non è mai accaduto qualcosa di spiacevole, la gente è sempre affettuosa, disponibile, pronta ad adattarsi. Da allora la porta e il cancello di casa sono sempre aperti».

E come reagiscono le persone?

«Le persone che vengono la prima volta, soprattutto se non ci conosciamo, hanno un po’ soggezione ad entrare in una casa privata, una specie di imbarazzo che dura pochissimo, merito dell’accoglienza di chi c’è già stato che fanno da padroni di casa, spiegano, mettono a proprio agio, accade in modo naturale. Io accolgo con distrazione perché penso a quello che dovrò raccontare. E alla fine la gente si trattiene a lungo, volentieri. Il teatro si vede a teatro, vedere spettacoli in casa è insolito, poi siamo vicinissimi, il contatto imbarazza ed emoziona».

Ora un nuovo progetto, in un momento in cui i teatri sono chiusi, in cui è difficile guardare al futuro, lei trova a Querceta un nuovo spazio che in questi giorni sta trasformando uin un piccolo teatro e non solo.

«A fine dicembre la mia zia che aveva da 50 anni un negozio di fiori a Querceta, ha deciso di chiudere. Sono andata a trovarla e ho guardato il negozio con occhi diversi. Sono tre stanze, la più grande è più o meno come il salotto di casa mia. Il negozio sull’Aurelia davanti alla piazza principale del paese. Ho pensato che potevo aprirci un piccolo teatro e uno spazio dove raccogliere storie, archiviarle, esporle, una banca della memoria. Ho chiesto alla mia zia di non disdire il contratto d’affitto, ho parlato con la proprietaria e ho preso il fondo. Mentre vanno avanti le pratiche burocratiche, lo sto sistemando, decoro le pareti, qualche amico, mi viene ad aiutare, la gente che passa davanti si ferma, chiede e quasi tutti mi dicono la stessa cosa: “Che bell’idea. Anche io avrei una storia da raccontare, posso portargliela?”. E le storie cominciano ad arrivare. Credo che la potenza di questo posto sia la piazza. Dopo l’esperienza dell’intimità in casa, che comunque continuerò a portare avanti, adesso l’apertura della piazza dove è il teatro che va incontro alle persone gli si propone davanti e loro entrano».

Ma non sarà solo teatro, è così?

«Nelle due stanze più piccole ci sarà un’esposizione. Pareti con fogli scritti dove si potrà leggere una sintesi della storia completa che sarà nell’archivio. Potranno essere esposti anche oggetti semplici, che abbiano un legame con la storia narrata, ad esempio uno scultore potrebbe lasciare uno scalpello».

Un forte legame col territorio, dunque.

«A Querceta, il senso del paese è molto radicato, mi pare un posto ideale per la sede di questo progetto, che comuque è rivolto a tutta la Versilia. È tra Forte dei Marmi, che è il mio paese e Seravezza, dove ho la direzione artistica del teatro. È un ponte di storie, di parole, di memorie da custodire, da tramandare e da far rivivere». —

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