«Noi musicisti fuori dal coro ora siamo ridotti alla fame»

Dome la Muerte, icona del punk hardcore anni ‘80, si racconta in un libro e gli amici lanciano una raccolta di firme per i benefici della legge Bacchelli

Guido Siliotto

All’inizio degli anni Ottanta, nel rock esplode l’hardcore, una versione più veloce, violenta e rumorosa del punk-rock. La Toscana risponde con luoghi simbolo come il circolo pisano Victor Charlie e band come i Cheetah Chrome Motherfuckers, in cui milita un ancora giovanissimo Dome la Muerte, al secolo Domenico Petrosino: pisano, classe 1958, abile chitarrista e un aspetto inconfondibile per via dell’alta statura associata a una minacciosa magrezza. In seguito entrerà nei Not Moving, tra le principali espressioni del garage-rock italiano, fonderà gli Hush e i Diggers, si affermerà come dj e diventerà anche il personaggio di un film, “Nico” di Susanna Nicchiarelli. Un’autentica icona del “sex & drugs & rock’n’roll”, molto stimato anche oltreoceano, come certificato nella bella autobiografia pubblicata da Agenzia X “Dalla parte del torto. Una storia hippie punk e rave”, scritta con l’aiuto di Pablito el Drito.


Oggi Dome è in gravi difficoltà economiche, tanto che è partita una petizione – che si può firmare sul sito change.org – per fargli ottenere il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli. «È stata un’idea di alcuni cari amici – spiega Dome – Spero serva anche per aprire una porta per altri musicisti in difficoltà in un settore abbandonato a se stesso e con grossi problemi aggravati dalla pandemia. Magari non riempiamo gli stadi, ma dietro a un nostro live ci sono tecnici, locali e agenzie che stanno facendo la fame come noi. È una vera tragedia. Ho gli incubi: l’altra notte ho sognato che ero sul palco e mi si rompeva il manico della chitarra mentre suonavo! Ma cerco di darmi da fare. Oltre a concerti e dj set in streaming, sto lavorando a tre dischi e ho imparato a fare dei bellissimi collage su tela».

Si sente davvero “dalla parte del torto”?

«No, ma così mi hanno sempre fatto sentire e oggi, a 63 anni, la situazione non è cambiata».

Come sono stati i suoi inizi nella musica?

«Già a 12 anni avevo visto i primi concerti beat e rock e suonavo la chitarra. Erano gli anni Settanta, al cinema Odeon a Pisa proiettavano film su Jimi Hendrix, The Who, David Bowie, Bob Dylan e io volevo essere come loro. Mi ci son trovato dentro fino al collo senza accorgermene e quel fuoco, per fortuna, brucia ancora. Poi, negli anni Ottanta, a Pisa c’era tanta energia, creatività e la voglia di cambiare il mondo. Nonostante sia una città di provincia, è sempre stata all’avanguardia nell’arte e nella cultura. Oggi, pur non avendo un grande feeling con la tecnologia, mi rendo conto che tutto è più veloce. Però c’è un prezzo da pagare. Noi comunicavamo con telefoni fissi, per posta o via fax, ma i rapporti erano sicuramente più umani. Ad esempio, suonammo con The Clash grazie ad un amico, Eddie King, che realizzava le copertine dei loro Lp e ci chiamò all’ultimo minuto. Fu un’esperienza indimenticabile».

Cosa non rifarebbe?

«Cercherei di essere meno distratto e di non farmi fregare. A causa di inevitabili periodi di tormento, non sempre ho fatto scelte lucide o ponderate. Anche nella vita privata cercherei di fare meno casini. Ma le scelte artistiche le rifarei tutte».

Come mai è mancato il salto verso una maggiore popolarità?

«Con i Not Moving, negli anni ‘80, ci proposero un contratto discografico con una major, ma rifiutammo, perché le clausole includevano la vendita dell’anima. Del resto, chi ha cambiato strada ha dovuto rivoluzionare la propria musica e cambiare approccio ed obiettivi. La mia insofferenza verso ogni forma di autorità non mi ha mai aiutato a digerire quel tipo di situazioni».

Nel libro ci sono mille aneddoti e si parla anche dell’incontro con Nico, ex cantante dei Velvet Underground.

«All’epoca avevo 26 anni e lei 46. L’agenzia mi chiese se potevo ospitarla a casa mia per qualche giorno. A distanza di tempo, capisco quanto per me sia stato importante conoscere un’artista di quello spessore, passarci alcuni giorni insieme e condividere ideali, sofferenze e sogni. Quando le chiedevo se potevo farle qualche foto mi rispondeva molto gentilmente: “Sì, certo. Dammi solo un attimo per truccarmi”. Mi faceva davvero una grande tenerezza». —

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