Un dito nell’occhio dei conformisti “Trainspotting” supercult da 25 anni

Il film di Danny Boyle del ‘96 sconvolse tutti gli schemi sul modo di raccontare il mondo della tossicodipendenza

Francesca Lenzi

Ci sono film che esistono, qui e ora, e poi ci sono film che resistono, alla noia, alle imitazioni, semplicemente allo scorrere del tempo. Il 23 febbraio del 1996 Danny Boyle non ha ancora 30 anni quando nelle sale inglesi viene proiettato per la prima volta “Trainspotting”. È il suo secondo film, dopo l’esordio con “Piccoli omicidi fra amici” commedia nerissima e sorprendente di un regista che proverà sempre a rinnovarsi, evitando come la peste di copiare se stesso. Detto questo, “Trainspotting” continua a essere il punto più alto nella filmografia di Boyle che adatta al meglio per il grande schermo il romanzo di Irvine Welsh del 1993.


Letteralmente concepita come un viaggio all’interno del mondo allucinato dell’eroina, la pellicola ambientata a Edimburgo e raccontata dalla voce narrante del protagonista Mark “Rent Boy” Renton, interpretato da Ewan McGregor, rompe gli schemi con i precedenti film sulla droga. Dimenticate il dramma scarno di “Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” che, nel 1981, aveva sconvolto il pubblico dell’epoca con la testimonianza della giovanissima Christiane, precipitata nel vortice della droga e della prostituzione. Danny Boyle rifugge dall’accomodante approccio stereotipato in cambio di una versione psichedelica e non convenzionale, secondo il punto di vista del tossicodipendente.

La «sincera e onesta tossicodipendenza». E ancora, in riferimento al farsi di eroina: «Prendete l’orgasmo più forte che avete mai provato, moltiplicatelo per mille. Neanche allora ci siete vicini». Frasi come queste hanno richiamato sulla testa del povero Boyle critiche, anche feroci, su un’ipotetica celebrazione dell’eroina e sul piacere del bucarsi. In realtà la visione corretta del film è del tutto contraria e richiama alla memoria quel capolavoro di “Arancia Meccanica”. Anche lì si rimproverò a Kubrick una presunta esaltazione della violenza, senza capirne il messaggio che, viceversa, sbatteva in faccia allo spettatore la brutalità come ambito dal quale scappare. Stessa storia in “Trainspotting”, con un Boyle che cita apertamente proprio “Arancia Meccanica” – riproponendo quasi fedelmente il Korova Milk Bar – così come cita Scorsese, con le gigantografie dei personaggi di “Taxi Driver”.

Presentato fuori concorso al festival di Cannes, e candidato per la miglior sceneggiatura non originale (di John Hodge) agli Oscar, “Trainspotting” diventò cult nel momento stesso in cui fu realizzato, dito nell’occhio dei conformisti, in verità quadro morale efficace e sincero. Tante le scene memorabili, come le supposte di oppio espulse – e recuperate – nel bar più lercio della Scozia, o come l’opera forzata di disintossicazione con tanto di allucinazioni peggiori degli elefanti rosa di Dumbo. Molte anche le citazioni, tuttora ricordate, sul lento disfacimento nella tossicodipendenza, pronunciate da Renton: «Quel giorno non morì solo la bambina. Qualcosa dentro Sick Boy si perse e non tornò più. A quanto pare non aveva una teoria per spiegare un momento come quello. E nemmeno io. La nostra sola risposta fu di continuare a mandare tutto a farsi fottere, accumulare miseria su miseria, ammucchiarla in un cucchiaio e dissolverla con una goccia di bile, poi spararla in una schifa di vena purulenta e ricominciare daccapo».

E, chiudendo, una nota anche per la musica, elemento vincolante nella narrazione di “Trainspotting”: una colonna sonora travolgente nella quale spiccano brani quali “A perfect day” di Lou Reed e, nel finale, Born Slippy (Nuxx). —

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