I teatri accendono le loro luci per chiedere la riapertura

ROMA. I teatri italiani si illuminano. A sipari chiusi ormai da più di cento giorni filati, per una sera tornano a farsi vedere, in nome delle migliaia di artisti, tecnici e maestranze senza lavoro e con le stagioni bloccate da un anno. È “Facciamo luce sul teatro” iniziativa lanciata da Unita – Unione nazionale interpreti teatro e audiovisivo – per domani, a un anno dalla prima chiusura a macchia di leopardo dei sipari causa pandemia, alla quale stanno aderendo teatri piccoli e grandi, pubblici e privati.

L’invito è a illuminare e tenere aperti gli edifici dalle 19,30 alle 21,30. Agli artisti, alle maestranze e al pubblico quello di organizzare presidi in sicurezza, «perché questi luoghi tornino simbolicamente a essere ciò che da 2500 anni sono sempre stati: piazze aperte sulla città, motori psichici della vita di una comunità».


«Le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, storicamente poco tutelati, sono tra quelli che hanno maggiormente subito gli effetti devastanti della pandemia sul lavoro – spiega la presidente di Unita, l’attrice fiorentina Vittoria Puccini – La notizia del blocco del nuovo decreto Ristori è solo l’ennesimo macigno su lavoratori che si troveranno da un momento all’altro senza alcuna forma di sostegno».

I numeri intanto raccontano una debacle assoluta: secondo le stime Agis, solo per il teatro di prosa, sono oltre 142 i milioni andati in fumo al botteghino nel 2020 rispetto al 2019, ovvero il 72% di incassi in meno. Non va meglio per la lirica, che perde quasi 79 milioni (-74%) e la danza con quasi 26 milioni in meno (-78%). E allora, per una sera, si torna a incontrare quella parte essenziale e indispensabile di ogni spettacolo, senza la quale il teatro semplicemente non è: il pubblico.

Da nord a sud, fanno sapere da Unita, hanno già aderito palcoscenici delle grandi città come Milano con, tra gli altri, il Piccolo, il Franco Parenti e l’Elfo Puccini (che sarà anche in diretta Facebook con letture da “Verso Tebe” e “Angel in America”). O la capitale, con il Teatro di Roma l’Argentina, il Brancaccio che proietterà immagini dei suoi spettacoli, la Sala Umberto, l’Off Off Theatre e il Vascello, dove Gabriele Lavia reciterà per il pubblico all’esterno del teatro. «Non so ancora cosa accadrà, qualcosa mi verrà in mente. Mai stato tanto lontano da un teatro in tutta la mia vita», racconta Lavia che in questi mesi ha in prova “Le leggi della gravità” dal romanzo di Jean Teulé, che avrebbe dovuto essere a marzo al Piccolo e per il quale si spera nel debutto a primavera. «Sto pensando anche un titolo per Taormina quest’estate – dice – Speriamo di poterlo fare. Per ora c’è grande tristezza e malinconia, non solo perché i teatri sono chiusi ma perché noi sappiamo che non sono luoghi pericolosi. Basta distanziare. Forse che non saremmo disposti a recitare in un teatro da mille posti con 20 spettatori? La questione è un’altra – sospira – È che non si vuole. Perché in molti casi è più comodo prendere sovvenzioni e non dover pagare quei rompiscatole degli attori». —