L’insegnante di buone maniere: non chiamateci prof e vestitevi bene. Il decalogo: video

Un docente di Montelupo scrive il “Galateo della scuola”: «Studenti, bisogna comportarsi così»

EMPOLI. Le buone maniere a scuola, queste dimenticate. In un’epoca difficile per tutto ciò che attiene all’istruzione, in cui il Covid-19, la didattica a distanza, gli smartphone sempre in mano per vedere il video di tendenza su Tiktok incidono sempre di più, c’è chi ha deciso di analizzare la situazione e metterla nero su bianco, creando un vero e proprio galateo che da domani sarà distribuito nelle librerie di tutta Italia.

Scuola, le 10 buone maniere da seguire in classe



L’idea arriva da un 43enne docente di francese di Montelupo Fiorentino, Luca Rossi, dal 2014 insegnante al liceo linguistico “Virgilio” di Empoli, dove ha trascorso la maggior parte della propria carriera. Uno che non si aspetta, un giorno, di venire salutato per l’ultima volta dai suoi ragazzi come John Keating ne “L’attimo fuggente”, ma almeno di essere chiamato “professore” e non “prof”. Tutt’altro che “bacchettone”, il professor Rossi ha scritto il suo “Galateo della Scuola” edito dalle edizioni “La Linea” di Bologna, in cui con una dovuta dose di sarcasmo vengono passati in rassegna in ordine alfabetico, dalla A di “Abiti” alla V di “Voti”, tutti i vari aspetti della vita scolastica. «Tra le mie passioni c’è anche la lettura dei manuali delle buone maniere di epoca contemporanea – spiega Luca Rossi – da quelli di Colette Cacciapuoti, alias Donna Letizia, in poi. Ho iniziato a interessarmene una volta che dovevo preparare una conferenza sul tema della sporcizia, dall’ancient regime a oggi. Anche nel nuovo millennio vengono prodotti manuali di galateo, ce ne sono di tutti i tipi, ma ne mancava uno specifico sulla scuola. Secondo me, c’era il bisogno di farlo».

È iniziata una ricerca bibliografia dagli anni Sessanta a oggi su tutti i principali galatei, ove tenere conto delle parti legate all’educazione, a questo si uniscono l’esperienza personale e le vicende oggi sempre più frequenti nelle classi, che siano a distanza o in presenza poco importa. «Oggi ci si permettono atteggiamenti di confidenza non negoziata – prosegue Rossi – quando a scuola la formalità andrebbe dosata. Per un docente è difficile dire a un ragazzo “chiamami professore, non prof”. Questo è specchio di una visione della scuola che è cambiata alla pari del rapporto tra adulto e ragazzo in famiglia. Il genitore, piuttosto che il docente, rischiano di andare incontro a “sindromi di Peter Pan” a discapito dell’autorità». C’è una voce del libro che si chiama “Futuro”: «L’atteggiamento di studenti che dimenticano le buone maniere – dice a riguardo – fa parte del poco fermento di questo periodo storico, in cui l’intraprendenza è sempre meno diffusa e ci si dimentica come anche sbagliare possa essere educativo. Si risponde sul futuro pensando alle mode, come se il mondo di domani fosse fatto solo di stilisti e criminologi». Anche la didattica a distanza ha il suo galateo. «Pensiamo all’insegnante di italiano che spiega Foscolo con una pentola di fagioli in cottura sullo sfondo – ironizza l’autore – questo ci fa capire che curare il campo visivo è importante. Bisogna ricordarsi come, a prescindere dal luogo, è il momento a essere sacro. Quindi inquadratura ben fatta e abbigliamento consono e sobrio come quando ci si presenta in classe, non certo in pigiama. Ricordo che la scuola è un’istituzione e come tale va onorata: per esempio, entrereste mai in prefettura con un abito non idoneo? ».

I suggerimenti di stile sono a 360 gradi, anche per i dirigenti scolastici: dopo cinque anni da assessore a Capraia e Limite e altrettanti da consigliere a Montelupo, Rossi non ha fatto mancare la voce “Imbandieramento” nel galateo, spiegando tutti i cerimoniali richiesti, a iniziare dal posizionamento dei vessilli tricolore ed europeo. Poi ci sono i genitori: «Ti chiedono di darti del tu oppure per alcuni questo è automatico – racconta Rossi – quando non accettano critiche, sono stati inventati dei “funambolismi retorici” per spiegare dei concetti con altre parole. Per esempio: quando un docente dice al colloquio che “Impegnandosi di più lo studente potrebbe arrivare almeno alla sufficienza”, in realtà significa “non mi aspetterei comunque di avere un medico in famiglia”. Più che sindacalisti dei propri figli, i genitori dovrebbero stringere col docente un patto di fiducia».

Infine la lotta ai luoghi comuni: «Questo libro l’ho scritto tutto lo scorso agosto – conclude – l’unico mese in cui sono stato veramente libero. Chi pensa che un docente ha un sacco di tempo da gestire, questa ne è la riprova». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA