Si è spento un faro, scomparso Macaluso grande protagonista della storia di sinistra

A 96 anni ancora esempio per i giovani. Il ricordo dell’ex assessore Barbini: «Con lui discussioni aspre ma sempre per la comunità» 

Lucia Aterini

«Si è spento un faro. Resta la scintilla». A 96 anni è scomparso Emanuele Macaluso dopo un problema al cuore e una caduta in ospedale che aveva avuto nelle settimane scorse. Una partenza, questa, che avrebbe ritardato volentieri almeno di alcuni giorni, quelli per arrivare al centenario del suo Pci che ricorrerà purtroppo proprio domani. Ma scrivere che ieri se ne è andato uno storico dirigente del Pci è riduttivo, i numerosi incarichi che ha avuto in 40 anni a contatto con Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, servono solo a descrivere una parte di quello che ha fatto. Perché Macaluso, oltre a essere stato un dirigente della Cgil nella Sicilia degli zolfatari e di Portella della Ginestra (l’eccidio del 1° maggio 1947 per mano della banda di Salvatore Giuliano), giornalista e parlamentare, ha avuto anche una straordinaria longevità e lucidità intellettuale. Tanto da divenire riferimento essenziale per quelli con molti anni meno di lui orfani della politica vissuta per un’idea appassionata e non come aggregazioni di potere con la difesa strenua del “particulare” di guicciardiana memoria.


Un’icona per tanti “smarriti” che nell’attualità trovano poco da passare ai più giovani, ai figli. Un “grande” che riusciva a trasmettere l’emozione di dare tutto per un’idea. Due anni fa in un comizio a Portella della Ginestra era ancora con le mani alzate e la voce piena di entusiasmo (come se i 90 anni fossero solo un numero sulla carta di identità), in un posto in cui 60 anni prima era stato preso a fucilate da un boss mafioso. E dunque altrettanta l’emozione nel sapere di averlo perso in un profluvio di ricordi: dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al presidente del consiglio Giuseppe Conte.

Come ha detto Franco De Felice, giornalista ed ex responsabile della sede Rai Toscana che ha lavorato con lui a L’Unità, «la sua vita è stata un’avventura caratterizzata da un atteggiamento critico ma sempre costruttivo nei confronti di tutti». Nato a Caltanissetta, Macaluso si era iscritto al Partito comunista prima della caduta del fascismo. Poi l’inizio della carriera politica e allo stesso tempo l’impegno nella Cgil con Giuseppe Di Vittorio , le lotte al latifondo e alla mafia. Dopo la guerra, la sua essenza avversa agli schemi precostituiti (che lo porterà poi anche a un’alleanza con il Msi contro la Dc nella Sicilia del 1959 col sostegno di Togliatti) e lo spirito libero si rivelano anche nella vita privata: andò a vivere con una donna già sposata finendo condannato a sei mesi di carcere per adulterio.

Membro della corrente migliorista del partito, di cui faceva parte anche Napolitano, nel 1963 entrò nella direzione del partito. E ci rimarrà anche con i successori di Togliatti, Luigi Longo e Berlinguer. Il 1963 fu l’anno anche del suo ingresso in Parlamento dove è rimasto per sette legislature. Per quattro anni, dal 1982 al 1986 ha diretto l’Unità. Poi nel 1992 la sua “rottamazione” da parte dell'allora segretario regionale siciliano, Pietro Folena. Nel frattempo c'era stata la svolta della Bolognina, nel 1989, e Macaluso aveva aderito al Pds di Occhetto. Proprio a questo passaggio si ricollegano i ricordi di Tito Barbini, scrittore ed ex assessore regionale toscano, anche lui nel comitato centrale del Pci . «Con lui le discussioni erano sempre molto aspre – racconta – anche perché io appartenevo a una corrente diversa dalla sua, quella legata a Pietro Ingrao. Con lui ebbi anche uno scontro personale quando, a nome della segreteria della federazione di Arezzo, chiesi le dimissioni di Alessandro Natta. Era il 1987 e avevamo perso le elezioni. La nostra mossa era inedita. Allora ricordo che prima mi chiamò e poi mi dette una “bacchettata” con un articolo sull’Unità. Poco dopo lo ritrovai al comitato centrale per le elezioni di Achille Occhetto e abbiano fatto pace».

Ma la cosa più importante , va avanti Barbini, «è che ci si sentiva tutti compagni, nel senso di parte di una comunità, con una visione strategica». E con il pallino di portare avanti le convergenze. Anche con chi era un tuo antagonista. L’esatto contrario di quello che accade oggi, proprio nel centrosinistra. «Oggi di fronte alla crisi di governo, ai “Responsabili”, alla posizione di Matteo Renzi – va avanti Barbini – non si può non vedere la distanza siderale tra un profilo come il suo e la nostra classe dirigente . A sentire la parola riformismo in bocca a personaggi dell’attuale centrosinistra mi si prende lo scoramento». Macaluso, però, nonostante la disillusione maturata soprattutto negli ultimi anni, ha continuato ad analizzare questioni e personaggi con lo stesso vigore e determinazione di sempre. «Ci ha insegnato fino all’ultimo – riprende Barbini – anche con i commenti dal suo profilo Facebook». “ Em.Ma.”, (come firmava gli articoli su L’Unità) era il luogo dei “ graffi, battute, pensieri”. «È bene ricordare che, da qualche anno, in Italia imperversa il virus dell’imbecillità politica - scriveva Macaluso un anno fa - oggi, con il Covid 19, quest’altro virus si è accentuato. Ed è evidenziato da coloro che si agitano scompostamente nell’opposizione al governo pensando a una possibile crisi. Tra questi c’è anche il solito Renzi, con il suo 3%, Mentre imperversa il coronavirus, ci manca solo una crisi di governo». Pensieri ancora di attualità. Ma nonostante i suoi colpi di fioretto, nell’ultima intervista rilasciata pochi giorni fa ha detto: «Essere di sinistra ha avuto un senso perché ha migliorato la vita a milioni e milioni di persone. Ne è valsa la pena». Grazie “Faro” e “scintilla” come lo definito il ministro Giuseppe Provenzano. — © RIPRODUZIONE RISERVATA