L’antefatto: nel 1406 Palermo è un rifugio per tanti pisani

Nel maggio del 1624 nel vicolo Cefalà si scopre il primo morto: la peste è tornata. L’epidemia  comincerà poi a dilagare  

PISA. Ecco le tappe storiche di cui è importante conoscere l’esistenza per una lettura più approfondita e godibile dell’ultimo romanzo di Sergio Costanzo.

Antefatto: 9 ottobre 1406


Firenze invade Pisa. Molte famiglie trovano riparo in terre amiche. Palermo è rifugio sicuro.



Palermo 9 giugno 1575

Da un bastimento proveniente da Venezia e diretto in Spagna sbarcano mercanti e passeggeri. Una donna viene rinvenuta morta in un vicolo, soffocata da uno sbuffo di sangue. È la peste, la morte nera. Bernardo dell’Abaco ha 13 anni, trascorsi felicemente nella sartoria di famiglia. Per preservarlo dal morbo il padre lo conduce a Trabia. Lì scoprirà, nel tempo, di essere rimasto orfano e di essere l’undicesimo della sua stirpe, discendente di quel Leonardo Pisano che aveva importato da oriente i numeri indiani. A Trabia è severamente educato da donna Lucrezia Gaetani, nobile di stirpe pisana e madre della sfortunata Baronessa di Carini, di cui porta il severissimo lutto. Anni dopo, rientrato in Palermo, è accolto dalla Confraternita della Nazione Pisana. Solitudine, apprendistato, fatica, soprusi. Bernardo cresce e si fortifica, cullando il sogno di diventare un sarto e confezionare l’abito perfetto. Cuce per i marinai del porto e la notte imbastisce segretamente sete e damaschi. Ma anche trame politiche alla corte dei viceré. Solitario, quasi un naufrago, si aggrappa agli occhi di una donna di popolo, l’elegante schiava di una famiglia spagnola. In un rapporto tra maestro e apprendista, il loro amore si consacra tra mille difficoltà legate al censo e ai preconcetti.

7 Maggio 1624

Antonio Navarra, segretario del viceré Emanuele Filiberto di Savoia, concede l’approdo al vascello Redenzione dei Captivi proveniente da Tunisi. Reca doni in oro e argento, ma non solo. In vicolo Cefalà si scopre il primo morto. La peste è tornata.

Estate 1624

L’epidemia dilaga. Unica cura il fuoco. Il bagliore delle torce purificatrici si fa più nitido e nell’ultima notte il morbo reclama ciò che anni prima era stato preservato. All’indomani della battaglia di Lepanto, Palermo è in bilico, aggrappata alle antiche radici arabo-normanne e con lo sguardo volto a occidente, alla Spagna. L’epidemia del 1575 è ormai un ricordo e il nuovo secolo trasforma l’aspetto della città. Cantieri, viaggiatori, merci. Viceré che si succedono. Bernardo è un sopravvissuto, un relitto in secca e salva anima e mente dedicandosi al lavoro. Fa della conoscenza la sua religione. Sete, lane, filati d’oriente, stive odorose di spezie. Il ritmo del telaio scandisce i tempi della narrazione e della vita di Bernardo. La sua abilità di sarto lo proietta in quegli ambienti mondani dai quale tenta inutilmente di rifuggire. Profumi esotici, malinconie profonde come il vasto mare che tutto circonda.

1575 - 1624

Tra due epidemie di peste “Il sarto di Palermo” è una parentesi, un drappo scostato sulla storia. In una Palermo popolata da antiche casate nobiliari, mercanti e marinai, si intrecciano storie e si fa la Storia. “Il sarto di Palermo” offre al lettore la possibilità di perdersi tra i vicoli, pregare in Cattedrale, peccare nei postriboli. Con la pelle riarsa dal sole e gli occhi persi sull’orizzonte del mare, è lo stesso Bernardo dell’Abaco a irretire il lettore. Lo carpisce e lo trascina, imprigionandolo fra la trama e l’ordito e rendendolo parte della storia. “Il sarto di Palermo” è un omaggio all’arte, alla storia, alla bellezza e al potere che la conoscenza esercita sulle umane menti, ma è anche affresco a tinte forti delle bassezze umane. “Il sarto di Palermo” è un viaggio per terra e per mare dove il vascello dei sentimenti si innalza e si inabissa navigando tra le pliche delle stoffe. —


 

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