“Il sarto di Palermo” e quell’idea di Nazione Pisana così forte in Sicilia

Sergio Costanzo

Esce il nuovo romanzo dello studioso Sergio Costanzo. La vicenda raccontata si svolge tra due epidemie di peste

PISA. Con “Il sarto di Palermo”, Sergio Costanzo, scrittore, studioso e coautore per Il Tirreno della rubrica “Leg(g)ende pisane”, torna a pubblicare un romanzo dopo quattro anni. Come si evince dal titolo, il teatro della storia è la Sicilia e la trama si snoda in un periodo storico che va dal 1575 al 1624.



Cosa ha a che fare “Il sarto di Palermo” con Pisa?

«Il legame di Pisa con Magna Grecia e Sicilia è antichissimo. L’antefatto di questa storia è da ricercare nella guerra di Pisa contro Firenze. Dal 1406 al 1509 molte famiglie pisane cercarono e trovarono riparo in terre amiche. Ci fu una “diaspora pisana” e fu normale migrare verso Sardegna, Provenza e Sicilia. Molti si ritirarono a Palermo e tentarono di riorganizzare i loro commerci, le loro attività; purtroppo caddero dalla padella alla brace».

Perché, cosa avvenne?

«La Sicilia è sempre stata una piattaforma naturale, base per lanciare assalti o commerci con l’oriente e viceversa. Fenici, greci, arabi, normanni, svevi, francesi e poi spagnoli, l’isola è sempre stata soggetta a dominazioni. Le famiglie nobili pisane si inserirono in un tessuto sociale in perenne fermento, si schierarono, presero parte a moti e rivolte. In una pubblicazione edita da Sellerio si afferma che durante i famosi Vespri Siciliani, che tutti abbiamo studiato a scuola, il popolo sventolasse bandiere pisane».

Ma in tutto questo la figura o il personaggio del sarto cosa rappresenta?

«Il sarto è un personaggio del popolo, va scalzo per Palermo, prende il mare su galee manovrate da schiavi, sperimenta, conosce. Narrare la vita del sarto è come dipingere l’affresco della società del tempo. Armatori, proprietari terrieri, miniere di sale e di zolfo, viceré spagnoli ambiziosi e arroganti. La nobiltà pisana che gestisce ogni ufficio pubblico e privato, le zecche e il riscatto degli schiavi».

Quindi è un sarto particolare. Dalla quarta di copertina si evince che è discendente di un personaggio pisano molto famoso...

«Ha un avo famoso, ma sempre uomo di popolo, mercante, viaggiatore, uno che ha vissuto quando il semplice sopravvivere era già un’impresa immensa. Ciò che nel sarto fa la differenza è il suo interesse, la sua sete di conoscenza, il bisogno di sapere, sperimentare. Che sia un uomo di strada è secondario. La sua cultura lo proietterà a corte e in tutti gli ambienti di potere».

Quindi, anche questo romanzo parla comunque di Pisa. Su quali basi storiche si basa?

«Per scrivere questa storia ho indagato per tre anni su documenti d’archivio, atti congressuali, saggi. Ma il vero cuore delle fonti risiede negli archivi privati appartenenti a molte famiglie nobiliari di stirpe pisana che ho avuto il privilegio di incontrare in Sicilia. Senza il loro apporto, senza la ricostruzione dei movimenti, dei contratti, delle cariche che ricoprivano i loro avi, delle rotte commerciali sarebbe stato impossibile scrivere questa storia. È stata una caccia al tesoro bellissima per la quale sono sceso più volte in Sicilia negli ultimi anni, scoprendo una terra meravigliosa e materna».

1575-1624: la vicenda si svolge tra due epidemie di peste...

«Epidemie ben documentate come pure i provvedimenti presi all’epoca. Ho iniziato a scrivere in tempi non sospetti, poi verso la fine della stesura è arrivato il Covid. XVI secolo-XXI secolo, stesse ansie, stesse paure, stessi errori. Niente è cambiato. Nel 1575 il sarto, rimasto orfano, deve crescere, accettare compromessi, nutrire i suoi sogni, gestire un amore improbabile. Parafrasando un detto popolare, la peste dà, la peste toglie».

Porto Seguro nuova casa editrice?

«Porto Seguro ha sede a Firenze, Roma e Milano. Devo dire grazie all’editore che, anche in tempi difficili come questi, crede nel valore della cultura e si adopera per pubblicare. Riuscire a farsi leggere, valutare, accettare e pubblicare, non a pagamento, è difficile. E oggi ancor di più. Scrittore ed editore debbono stabilire un patto di reciproca stima ancor prima di quello meramente economico. Quindi tentiamo questa avventura».

Bene, un messaggio ai lettori?

«Comprate “Il sarto di Palermo”, leggetelo, regalatelo. Scoprirete che molta parte di Pisa, ancora oggi, è altrove, che c'è molto di noi nelle terre bagnate dal mare, che l’idea della Nazione Pisana, almeno in Sicilia, è ancora forte e radicata».

 

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