«Il lato B del vino che conquista l’Asia Brunello e Barolo diventano un must»

Suckling, il critico enologico più influente al mondo: «Nella mia classifica dei migliori cento, venti sono italiani» 

Lara Loreti

«I più grandi consumatori di vino mondiali si orientano sulle 4 “B”: Bordeaux, Borgogna, Brunello e Barolo. E in Asia gli italiani hanno un potenziale enorme. Non solo in Cina, Hong Kong e Giappone, ma anche in Thailandia e Sud Corea». Parola di James Suckling, il più influente critico enologico del mondo. Americano, da dieci anni a Hong Kong, nel curriculum 30 anni al Wine Spectator, oltre a lunghe permanenze in Italia e in Francia. L’uomo in grado di degustare oltre 20mila vini all’anno, con un debole per le etichette italiane. Non è un caso che nella nuovissima classifica dei migliori cento vini mondiali, stilata proprio in questi giorni da Suckling, ci siano 11 Brunelli, con Livio Sassetti 2016 che vanta un terzo posto, tre Barolo e due Barbaresco: i cinque piemontesi sono Bruno Giacosa Barbaresco Asili Riserva 2016 (21esima posizione); Roberto Voerzio Barolo Cerequio 2016 (22); Parusso Barolo Bussia Riserva 2011 (36); Domenico Clerico Barolo Percristina 2010 (45); Gaja Barbaresco Sorì San Lorenzo 2017 (52).


Che cosa rende così speciale l’ultima annata di Brunello di Montalcino, la 2016, che sarà in commercio a inizio 2021?

«Ho tanta esperienza con i grandi vini francesi vecchi, Bordeaux e di Borgogna, e il Brunello 2016 me li ricorda. Merito della stagione, che ha regalato forti escursioni termiche, favorendo uno sviluppo lungo e bello dei tannini, che sono raffinati, ma forti. Il Brunello 2016 ha questa impronta che si può definire classica, ma nel contempo moderna: i produttori hanno capito come lavorare in cantina per favorire la morbidezza. Per queste sue caratteristiche ne ho inseriti tre nella top 100 mondiale (oltre a Sassetti, Giodo e Castiglion del Bosco), insieme a otto Brunello di Montalcino Docg Riserva 2015».

Il Brunello di Montalcino può essere considerato uno dei migliori vini del mondo?

«Io l’ho detto sempre, ma ora è super ovvio. A Hong Kong vedo che i collezionisti e i più grandi consumatori lo richiedono moltissimo. Chi beve vini prestigiosi si orienta verso le quattro B se si parla di rossi, e opta per Campania per quanto riguarda i bianchi italiani. E questo è un grande cambiamento in Asia: 8-10 anni fa i vini italiani non erano ben rappresentati, la gente qui voleva solo Bordeaux e Borgogna. Ora le cose sono cambiate grazie al lavoro fatto dai produttori italiani nell’export, ma mi piace pensare di avere anche io parte del merito».

E come si colloca invece il Barolo nel mercato mondiale?

«E’ un’ascesa interessante, favorita anche dalle annate 2015 e 2016 che sono favolose. Si pensi che oggi per il Barolo il termine di paragone è il Borgogna. In Asia i collezionisti concepiscono il vino piemontese come il Borgogna italiano. L’unico problema è che la produzione è piccola, qui arrivano al massimo di 200 casse a etichetta. Questo è un limite alla diffusione, ma anche la sua forza: il valore cresce, soprattutto se ogni anno sempre più gente lo richiede. Ora ci sono prezzi pazzi per Borgogna, ad esempio il Domaine de la Romanée-Conti, nuova annata, può costare anche 3000 euro a bottiglia. Ma non è da meno il Barolo: il Monfortino di Giacomo Conterno sta 1000 euro a bottiglia nel mondo».

Lei che cosa beve più volentieri, un Brunello o un Barolo?

«Difficile scegliere, è come chiedere quale figlio preferisco! Dipende dal giorno (ride, ndr)”.

Per i vini italiani in Asia c’è potenziale di crescita?

«C’è in Asia e in tutto il mondo. Il Brunello ha fatto tanto in Europa e negli Usa (dove se ne beve uno su tre), che sono un’eccezionale vetrina. Tanti asiatici, infatti, vanno negli Usa, leggono i miei articoli e le mie valutazioni, e poi vogliono bere Brunello. Oltre alla Cina, i mercati più promettenti sono Corea e Thailandia. E Hong Kong in questo senso è strategica: io mi sono trasferito qua nel 2010, dopo aver lasciato il Wine Spectator, e ormai la metropoli è considerata un catalizzatore di vini top».

Quali criteri segue nel dare punteggi ai vini?

«Ho delle regole: massimo 15 punti per il colore, 25 per l’aroma, 25 per la struttura e 35 per la mia impressione generale, per la parte emozionale. Un vino da 100 punti è come quando ti innamori. L’ultimo vino di cui mi sono innamorato è stato Livio Sassetti Brunello di Montalcino 2016, dieci giorni fa». —

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