Ecco “Il Capitale umano” di Hollywood. Virzì: remake ben fatto, ma con meno ironia

Un cast super e un’ottima sceneggiatura non bastano a convincere del tutto. «Il destino del cinema italiano: rifanno i nostri film...»

Non basta la faccia bella e virile di Liev Schreiber, quotatissimo attore e regista americano (“Il caso Spotlight”, “Un giorno di pioggia a New York”, la serie tv “Ray Donovan” e molto altro ) e nemmeno una forte produzione stelle e strisce (quella di “I ragazzi stanno bene” per esempio) a far volare “Human Capital”. O almeno non basta a farlo volare sopra al film sul quale, per altro apertamente dichiarandolo nei titoli di coda, “si basa”. Ossia a “Il capitale umano” del regista livornese Paolo Virzì, quel gioiello datato 2013 che si guadagnò una pioggia di David di Donatello e un posto nella corsa agli Oscar come titolo italiano. Fu acclamata dalla critica internazionale questa sofisticata eppure mai ingombrante trasposizione del romanzo di Stephen Amidon, dal Connecticut alla Brianza. Storia di due famiglie, una modesta e l’altra decisamente benestante, che intrecciano i loro destini in una tragedia, tra fragilità, meschinità, cinismo e poesia. Con un ammiccante Fabrizio Bentivoglio concentrato della pochezza ma anche della resilienza umana. Fu talmente acclamata questa storiaccia americana trasformata in un noir italiano, che quando Virzì accompagnò il film al festival di Toronto per presentarlo fu subito abbordato da produttori americani che lo volevano “rifare”.

Si chiama remake, ma più che remake è una traduzione cinematografica. Con sequenze quasi identiche all’originale, l’impianto narrativo su piani sfalsati molto simile, persino battute che si ripetono. Sette anni dopo quindi ecco che esce in streaming in Italia (si può vedere a pagamento sulle principali piattaforme on demand, da Sky a Chili) questo Virzì all’americana che a chi ha amato la versione italiana non racconta niente di nuovo, anzi toglie quel gusto ironico e amaro che permea tutti i lavori del regista livornese. Certo, non si può dire che l’originale sia stato stravolto e del resto il remake ha avuto l’ok dello stesso Virzì. «Mi hanno fatto leggere la sceneggiatura, ho visto il montato. Effettivamente più che sul romanzo si sono basati sul mio film. Ma con più “drama” e meno ironia - racconta - , come dicono gli americani. Del resto è un po’ il destino del cinema italiano, gli americani amano prendere i nostri film e rifarli... Qui c’è un super cast, Oren Moverman è un grande sceneggiatore. Chi ha visto “Il capitale umano” troverà moltissime similitudini, ne sono ovviamente lusingato ma anche un po’ imbarazzato».


Ma al di là del gioco delle differenze e del gioco delle sfumature perdute (per esempio i riferimenti alla politica italiana del tempo, la complessità dei personaggi) il film restituisce la forza di una bellissima storia, torna nel suo ambiente naturale (New York, il Cunnecticut, l’America appunto), mantiene la tensione drammatica in modo un po’ glaciale ma magistrale. Del resto tra sceneggiatore, regista e attori anche qui si vola alto. Oltre a Schreiber c’è una intensa Marisa Tomei stella americana (filmografia densissima, da “Cronisti d’assalto” a “Spiderman” e una parte anche nella applauditissima serie tv “Il racconto delll’ancella”) che vanta, ironia della sorte, nonno e bisnonno livornesi.

L’attrice interpreta il ruolo che Virzì affidò a una insuperabile Valeria Bruni Tedeschi, il suo personaggio resta comunque centrale e fragile ma più sbrigativo rispetto al “prototipo”. È lei la moglie frustrata del ricco senza scrupoli Quint (interptetato da Peter Sarsgaard visto tra l’altro in “I magnifici 7 “, “Jackie”, “Escobar”), lei che tirerà le fila della storia parallelamente al protagonista Drew (Liev Schreiber), una vita complicata e fallimentare che prima l’incontro con con Quint e poi l’incidente nel quale vengono coinvolti i loro figli adolescenti renderà ancora più amara e drammatica. Attorno a loro, a tessere involontariamente la rete che rischia di intrappolare tutti, la figlia di lui e il figlio di lei, un giovane amico problematico, la seconda moglie di Drew che fa la psicologa ed è in attesa di due gemelli.

La sceneggiatura di Oren Moverman, nominato agli Academy Awards per “Oltre le regole” nel 2009, autore tra l’altro del film sulla vita di Bob Dylan “Io non sono qui” , non fa una piega, nel senso che poco concede a sentimentalismi e approfondimenti, puntando soprattutto alla costruzione del dramma, conservando però un irrinunciabile sottotesto di critica sociale. La regia di Marc Meyers è prudente e corre sulla strada aperta da “Il capitale umano” made in Italy, certamente ne è condizionata. Su tutto brilla, prima fonte d’ispirazione, l’omonimo e bellissimo romanzo di Amidon .


 

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