«Dopo due ictus non sono più un pianista». Keith Jarrett: non poter suonare è doloroso

Keith Jarrett è nato a Allentown, Pennsylvania, l’8 maggio 1945

Il suo “Concerto di Colonia” è il disco jazz più venduto della storia. «Ma ora ho 75 anni e la guarigione è impossibile»

NEW YORK. Keith Jarrett suona ancora nei sogni, ma nella vita deve confrontarsi, purtroppo, con un futuro senza pianoforte. E trattandosi di uno dei più grandi painisti jazz di tutti i tempi la notizia è di quelle che fanno male. «Non so cosa mi porterà il futuro. Quello che posso dire ora è che non sono un pianista», ha confessato al «New York Times» il leggendario artista del «Concerto di Colonia» che nel 2018 ha subito due ictus, uno di seguito all'altro, col risultato che la sua apparizione a Carnegie Hall nel 2017 è stata probabilmente l'ultima in una lunga carriera.

Jarrett è uno dei pianisti jazz-new age più celebrati al mondo. Quella sera a New York, poche settimane dopo l'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, aveva aperto il concerto con un monologo indignato sullo stato della politica. Il pianista avrebbe dovuto apparire di nuovo alla Carnegie in marzo, ma il concerto era stato cancellato per ragioni di salute allora non specificate. Solo oggi Jarrett ha rotto il silenzio, mentre la sua etichetta discografica, ECM, sta per far uscire la registrazione del «Concerto di Budapest» del 2016.


Un ictus alla fine di febbraio 2018, seguito da un altro a maggio. «Sono rimasto paralizzato. Il mio lato sinistro è ancora parzialmente paralizzato. Posso camminare con il bastone, ma c'è voluto oltre un anno».

Ci sono voluti lunghi mesi di riabilitazione in una clinica. Dopo il rientro a casa nello scorso mese di maggio, in piena pandemia e proprio nei giorni del suo settantacinquesimo compleanno, Jarrett si è riaccostato al pianoforte suonando contrappunti con la mano destra: «Fingevo di essere Bach con una mano sola».

Più di recente, cercando di suonare motivi bebop familiari, Jarrett ha scoperto di averli dimenticati. Ora che non può più farlo come prima, il musicista suona nei sogni, «ma non è come la vera vita». Per Jarrett, che vent'anni fa tornò a vivere e suonare dopo aver superato la sindrome da fatica cronica, è doloroso e «frustrante, in modo fisico», ascoltare musica per piano a due mani: «Anche Schubert è troppo. Perchè so che non lo potrei fare. Non potrò guarire.

Il massimo che potrò fare con la mano destra è reggere una tazza. Così - scherza malinconicamente - non è “non sparate sul pianista”. Io sono già stato sparato».

Il New York Times nota il paradosso di un Keith Jarrett che non si considera più un pianista. Leggenda di famiglia vuole che il musicista di Allentown, in Pennsylvania, cominciò a improvvisare sulla tastiera ad appena tre anni. Un cammino diventato pubblico negli anni Sessanta prima con Art Blakey e i suoi Jazz Messengers, poi con il gruppo di Charles Lloyd in cui suonava anche Jack DeJohnette, poi con la leggenda Miles Davis.

Nel 1975 il suo «Concerto di Colonia» da solista divenne l'album jazz più venduto della storia: un trionfo contro le avversità, tra stanchezza, dolore fisico e la frustrazione per dover suonare su un piano inferiore al prediletto Steinway.
 

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