L a “nipotina” racconta Fellini «Istrione, geniale, buonissimo»

IL LIBRO DI DANIELA BARBIANI PRESENTATO A LUCCA 



La chiamava nipotina, anche se in realtà era seconda cugina, dal ramo materno. Diceva che si assomigliavano negli occhi e nelle sopracciglia, soprattutto quando si arrabbiavano. Ma la scelse come assistente alla regia negli ultimi quattro film – “La nave va”, “Ginger e Fred”, “Intervista” e “La voce della luna” - non per la parentela né per la somiglianza. Un profondo rapporto di amicizia e professionale ha legato Federico Fellini e Daniela Barbiani che, nel centenario della nascita, rende omaggio allo straordinario “zio” - scomparso nel 1993 - con un libro dove a parlare è lui stesso. “Dizionario intimo per parole e immagini” raccoglie infatti i pensieri del regista riminese su cinema, arte, luoghi, persone, attori e molto altro, insieme con gli schizzi irriverenti, eccentrici e sarcastici che Fellini spesso faceva mentre chiaccherava con Daniela sul set e poi le regalava. Il volume – edito da Piemme – è arricchito dai contributi di due scrittori: Pietro Citati, amico di Fellini, e Milan Kundera, ed è stato presentato a Villa Bottini di Luccacon Vincenzo Mollica ed Ennio Cavalli.


Signora Barbiani, perché questo libro?

«Oltre ad essere un maestro nel cinema e nel disegno, Fellini aveva un'altra arte: quella della parola. Nel centenario della sua nascita, volevo rendergli omaggio facendo scoprire questa parte del suo essere geniale e unico. Il suo parlare era profondo ed elegante, ma con leggerezza e sempre colmo di poesia; nelle parole magnetiche e precise riversava la sua immaginazione e ironia.

Ho raccolto queste parole in ordine alfabetico, in modo che la lettura sia anche divertente, e ordinandole in tre sezioni».

Quali?

«La prima si riferisce a cinema, arte e disegno; la seconda a sogni e immaginazione e la terza a persone, personaggi e luoghi».

Qualche esempio?

«In poche righe definisce il Colosseo “un'orrenda catastrofe lunare di pietre”. Soltanto lui poteva pensare a una cosa del genere sul celebre monumento di Roma, soltanto lui riusciva a vederci qualcosa di diverso da tutto quello che gli altri ci vedevano. E solo lui sapeva descriversi con il massimo dell'autoironia come quando spiega la parola “felliniano”: “mio padre voleva che diventassi un ingegnere, mia madre un arcivescovo, ma ho fatto di tutto per diventare un aggettivo”».

E nella vita com'era?

«Generoso, umano, gentile, sensibile, amichevole. Lo era nella vita e nel lavoro, nel quale tuttavia era molto esigente, non permetteva di sgarrare neanche di un minuto e se era silenzioso, non gli si doveva rivolgere la parola».

Metteva soggezione?

«Solo al primo incontro e a chi ci si rivolgeva come a una divinità. Quando ho cominciato a lavorare con lui, nel 1983, aveva già vinto quattro dei cinque Oscar e quindi sì, era già un supermito e ne era consapevole. Ma lui smitizzava, ci giocava su. E dopo il primo incontro, metteva tutti a proprio agio. Era una divinità umana». —

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