Cavalletti batticuore, torna sul palco al Maggio: «Che emozione, mi sono rimesso a studiare...»

Per il baritono lucchese debutto previsto il 23 ottobre per la ripresa dell’allestimento del Barbiere di Siviglia

La prima volta Massimo Cavalletti è stato Figaro a Milano. Era il 2005 e l’allestimento era per l’Accademia della Scala «un ruolo perfetto per imparare a stare sul palcoscenico». palcoscenico». Quindici anni dopo, Massimo Cavalletti, baritono lucchese, una delle voci più importanti della lirica internazionale, prova lo stesso ruolo al Maggio Musicale. Debutto previsto il 23 ottobre, per la ripresa dell’allestimento de Il Barbiere di Siviglia che Damiano Michieletto aveva creato per la stagione di Palazzo Pitti. C’è emozione nella voce di Cavalletti. Anche se è stato Figaro molte volte, dal 2005: Zurigo, Amburgo, Parigi, Dubai, Torino, Las Palmas. Al Maggio festeggerà la sua cinquantesima recita in questo ruolo nel quale si trova a suo agio. Eppure il clima è quasi da debutto. Forse di più. È il ritorno al palcoscenico, al teatro in un anno nel quale il Covid-19 ha tenuto la musica lontana dagli artisti. E dal pubblico.

Cavalletti, cosa rappresenta per lei questo ritorno al Maggio Musicale, teatro dal quale manca dal 2018?


«Quando mi hanno proposto questa produzione sono stato doppiamente felice. Perché amo molto questo teatro e perché mi ha ridato la possibilità di lavorare. Mi ritengo un artista molto fortunato, perché ho l’opportunità di lavorare in tutto il mondo. Ma da quando è iniziata la pandemia ho partecipato a pochissime produzioni. Nel 2020, al momento ho solo cantato ne Il Trovatore allo Sferisterio di Macerata. E ora a Firenze».

Al Maggio lei torna con un nuovo sovrintendente, che però già conosce.

«Infatti uno dei motivi per cui sono felice di tornare a Firenze è la possibilità di incontrare di nuovo il sovrintendente Pereira: con lui ho lavorato a Salisburburgo e molto alla Scala. Mi ha voluto in tantissime produzioni: Carmen, La Bohéme, Masnadieri, Simon Boccanegra, Manon Lescaut. Qui a Firenze ritrovo una specie di mentore, una persona che mi è stato maestro in molte occasioni. E ritrovo anche il palcoscenico: è difficile spiegare quanto sia emozionante poter tornare in teatro».

Ma in questi mesi di inattività forzata, che cosa ha fatto?

«Non ho mai smesso di studiare un attimo, ho studiato ruoli nuovi, che magari interpreterò anche fra dieci anni. All’inizio è stata davvero dura e per fortuna ho avuto l’appoggio della mia compagna e della mia famiglia. Dopo 20 anni di viaggi frenetici, di annate nelle quali ho sostenuto da 50 a 70 recite, stare per 4 mesi nello stesso posto è stato destabilizzante: a 42 anni, quando ti senti pieno di energie, non è facile accettare di restare escluso da tutto. Infatti sono rimasto colpito dall’entusiasmo e dalla forza con cui colleghi molto più anziani di me si sono ripresentati in teatro».

In che cosa si sente diverso, quindi, come artista e come persona?

«Ho un’altra consapevolezza del mio ruolo. Per me tornare sul palcoscenico oggi rappresenta un nuovo debutto. Mi sono accorto che quando fai come me decine di recite all’anno non hai tempo per pensare e neppure per assaporare quello che stai vivendo. Non sarà più così. Sul palco ora darò tutto me stesso. Voglio godere di ogni attimo. Mi sento di poter dare molto di più. Finora avevo solo scalfito la superficie di quello che sono e che posso trasmettere. Questa crisi ha fatto emergere la “fame”, la voglia di affrontare le difficoltà».

Lei dice di aver studiato molto, in questi mesi. Che cosa ha studiato e con chi?

«Mi sono rimesso a studiare la tecnica. Ho studiato a Lugano. Ho lavorato molto con un collega, uno dei più importanti tenori che abbiamo, con il quale ho stretto un rapporto che va al di là della professione: Marco Berti. Ci siamo confrontati, anche se siamo su due corde diverse, intendiamo la musica allo stesso modo. Mi ha dato molti consigli. È stato un periodo molto proficuo. Con lui avevo cantato ne Il trovatore a Genova: ora spero che possano andare in porto altri progetti».

Ma quali ruoli ha studiato?

«Ho letto Rigoletto, Un ballo in maschera, Otello: quindi Verdi. Ma anche Puccini: Scarpia per Tosca e perfino Jack Rance per La fanciulla del West. Aprendo la mente ho compreso che forse la mia voce potrebbe interpretare suoli che qualcuno non si aspetterebbe, perfino nel repertorio verista. Ad esempio Cavalleria rusticana e Pagliacci. Non nell’immediato futuro. Ma in futuro». —


 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi