Nobel a Louise Glück la poetessa dell’io nel mondo dopo la Caduta

Celebrata in America, in Italia è da scoprire: «Cosa penso? Finalmente potrò comprarmi una casa in Vermont» 

NEW YORK

«Ero nata con una vocazione: / testimoniare/ i grandi misteri./ Ora che ho visto / e nascita e morte, so / che per la buia natura esse / sono prove, / non misteri»: così, sulla Rivista intelligente, fondata online www.larivistaintellgente.it dall’artista Giovanna Nuvoletti, la critica Anna Toscano introduce al lettore italiano la poetessa, ieri premio Nobel per la letteratura, Louise Elisabeth Glück. E davvero la scrittrice americana ha combattuto, nella sua vita, «nascita e morte», provando a dissolverne in versi, elegiaci e severi, «la buia natura… i misteri».


Nata a Long Island, New York, nel 1943, da un padre industriale che voleva fare lo scrittore - i suoi coltelli e utensili X-Acto erano allora celebri - e una madre casalinga che componeva versi, Louise Glück scrive le prime poesie in cucina, i genitori le rilegano e decorano in casa. Sui Glück aleggia il fantasma di una figlia perduta prima che Louise nascesse, e quel dolore sordo «mi influenzerà sempre», ricorda la poetessa. Adolescenza e giovinezza non sono felici, prima l’anoressia la costringe a lasciare il liceo, poi, combinata a depressione e altri disagi, la impegna in una faticosa terapia psicoanalitica, lasciandole solo lo spazio per seminari e laboratori di scrittura al Sarah Lawrence College e Columbia University, senza mai arrivare alla laurea.

«Capivo che sarei morta presto», ammette Glück, «senza però voler morire». La poesia, che da bimba le fluiva dal lapis senza fermarsi, si inaridisce, «blocco da scrittore» le dicono, ma è giusto affrontare di petto la pena, riversandola in pensieri da condividere, la lezione non solo letteraria, ma soprattutto morale, che la salva. La raccolta L’iris selvatico è tradotta (per Giano nel 2003) da Massimo Bacigalupo, il cui padre era medico curante del poeta Ezra Pound, esule a Rapallo, e che da quell’ambiente ha tratto l’orecchio per trasporre nella nostra lingua l’americano, solo in apparenza, piano di Glück. La neo-premio Nobel, infatti, come T.S. Eliot, riversa dietro versi quasi in prosa una ricchezza fantastica di echi. E, ancora come Eliot in Quattro quartetti, la Glück fa del Giardino la scena del nostro tempo, dolce e rassicurante in apparenza, colmo di paure dietro l’ombra. Ecco qualche verso da I gigli bianchi: «Mentre un uomo e una donna fanno / un giardino tra loro come / un letto di stelle, qui / fanno passare la sera d’estate / e la sera diventa / fredda del loro terrore: potrebbe / finire, sarebbe capace / di devastazione. Tutto, tutto / può perdersi, nell’aria odorosa / le strette colonne / che salgono inutilmente e, di là, / un ribollente mare di papaveri / – Taci, mio amato. Non mi importa / quante estati vivo per tornare: / questa sola ci ha dato l’eternità» (traduzione di Nicola Gardini dal sito letterario doppiozero.com).

Ogni pena, come imparato nella lunga disciplina della terapia, diventa per Louise Glück composizione. Secondo i critici della Poetry Foundation, «poiché la Glück scrive così lucidamente di sconfitte, frustrazioni, perdite e solitudine, i recensori spesso la descrivono da “malinconica” o “oscura”». Per Don Bogen, recensore della rivista The Nation, alla «base della sua poesia ci sono il tradimento, la mortalità, l’amore e il senso di vuoto che lo accompagna… È, in fondo al cuore, poetessa del mondo dopo la Caduta». E per la giuria del Premio Nobel, sporcata dagli scandali per le molestie, svilita dal premio concesso allo scrittore Peter Handke, indiscutibile per le prove letterarie giovanili ma travolto in maturità dalla propaganda per i genocidi di Slobodan Milosevic nei Balcani, scegliere Louise Glück sembra finalmente un tentativo non solo di emendare la propria «Caduta», ma quella temuta da un intero Paese, l’America, a pochi giorni dal suo voto più straziante di sempre.

Dopo i primi insuccessi, arrivano per Glück i grandi premi, il Pulitzer, il National Book Award, il Bollingen, la cattedra a Yale University, Poeta Laureata Usa, la medaglia Humanities con Obama, eppure l’editoria italiana, ghiotta di ogni sbobba sfornata dal mercato, ne ignora la suadente maestria e sarà ancora Bacigalupo a presentarne, nel 2019, per la Libreria Dante & Descartes di Napoli, il cupo capolavoro Averno, apparso negli Usa tredici anni prima. Ispirato dai caduti nelle stragi islamiste dell’11 settembre 2001, Averno, come Il trionfo di Achille, 1985 e Ararat, 1990, trae alimento dai classici, greci e romani, e dalla Bibbia, conducendoci per mano in una dimensione acronica, dove infanzia e decadenza, di individui e civiltà, convivono. «Muori quando il tuo spirito muore / Altrimenti vivi / Magari te la cavi male, ma tiri avanti / tanto che scelta hai? / Se lo dico ai miei figl / neppure mi ascoltano. / I vecchi, pensano / fan sempre così / parlano di cose che non si vedono / per coprire i neuroni che perdono… / È terribile essere soli / Non dico viver da soli / ma essere soli, con nessuno che ascolti…»: due volte divorziata, un figlio sommelier, Louise Elisabeth Glück ha combattuto, in nome di tutti noi, l’alienazione del secolo digitale, e nel felicitarsi per il suo Nobel, non resta che augurarsi finalmente il debutto nel grande pubblico italiano. —



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