Livorno e la sfida del centenario della nascita del Pci

Dal Goldoni al San Marco, milletrecento metri, un viaggio nella storia. Tra 6 mesi compie un secolo il comunismo italiano: appello ai nostalgici (ma non solo a loro)

Come si racconta una città come Livorno, a chi non è livornese né toscano? Questo articolo è stato pubblicato sul sito Fogli e Viaggi (www.foglieviaggi.cloud), un blog fondato da pochi mesi dal giornalista Vittorio Ragone, che raccoglie memorie e appunti di viaggio in Italia e nel mondo. È un testo scritto per chi non conosce Livorno e la sua storia, un invito a visitarla, un tributo a una città unica nel panorama toscano e nazionale.

Il viaggio della nostalgia si consuma in poco più di un chilometro. Dal teatro Goldoni al teatro San Marco venti minuti a piedi. Google maps non lascia dubbi: un chilometro e trecento metri preciso. Cent’anni fa certe diavolerie erano inconcepibili.


Era un venerdì quel 21 gennaio 1921 quando si consumò “la scissione di Livorno”. Appena quattro parole, un evento che ha segnato la storia del XX secolo. Al capoluogo toscano il destino affidava lo stigma di culla del comunismo italiano. Intonavano le note dell’Internazionale i delegati della frazione comunista mentre poco prima delle 11 del mattino abbandonavano le sale del Goldoni dove si stava svolgendo il XVII congresso nazionale del Partito socialista. Passarono davanti alla Sinagoga e al Duomo, superarono i canali per imboccare la stretta via Borra e, all’ombra della maestosa chiesa ottagonale dei Domenicani, arrivarono finalmente al San Marco. Che delusione. Un deposito sgangherato, ridotto male durante la Grande Guerra. Non c’erano sedie e dal tetto filtrava la pioggia. Bisognava arrangiarsi.

Nasceva così il Partito comunista, sezione italiana della Terza Internazionale. Per un beffardo intreccio di avvenimenti oggi il teatro San Marco non esiste più, come quell’ Unione Sovietica cui i delegati comunisti si ispiravano. Resta in piedi solo la facciata, sei colonne per cinque archi. Il resto venne giù anni e anni fa, poi l’hanno trasformato in un moderno asilo. Sull’arco più a destra una lapide ricorda la fondazione del PCI; vengono citati con orgogliosa retorica Gramsci e Togliatti e ancora Marx, Engels, Lenin. È sopravvissuto ad ogni revisionismo anche il nome di Stalin. La data rimanda al 1949, guerra fredda e terrore staliniano.

Il teatro Goldoni invece è in piena attività. Dopo anni di degrado ha subito un vistoso restauro nel 2004, la copertura scorrevole del tetto tutto in vetro crea una suggestione particolare nelle sere stellate. Era stato voluto nel 1847 dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo II di Lorena; il livornese Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica, ne inaugurò la nuova vita. È toccato al capo dello Stato in carica, Sergio Mattarella, commemorare proprio al Goldoni, nel gennaio 2020, il Ciampi livornese nel centenario della nascita. Poiché un nuovo centenario si avvicina, nostalgici di tutt’Italia riunitevi a Livorno. Ne vale la pena, qualunque sia la percentuale di comunismo sopravvissuta nel vostro cuore.

Incredibile città, la meno toscana tra le grandi città della Toscana. Una enclave protesa nel Mediterraneo, crocevia di genti e di culture. Dove il tempo scorre dolce scandito dalle onde del mare. I livornesi hanno la fortuna di avere il mare in casa, sotto casa, fin dentro casa, davanti agli occhi ipnotizzati da tramonti spettacolari. Si chiama La Venezia il quartiere più antico disegnato da un genio dell’urbanistica rinascimentale, l’architetto Bernardo Buontalenti. I canali a Livorno li chiamano fossi, così il fosso reale è il canal grande che cinge le mura a forma di pentagono disegnate dal Buontalenti. Base militare, porto fiorentino, città ideale “inventata” pressoché dal nulla da Ferdinando, primo granduca dei Medici. Non conobbe mai la vergogna del ghetto ma seppe accogliere a centinaia gli ebrei sefarditi espulsi dai sovrani integralisti di Spagna e Portogallo. “A tutti voi mercanti di qualsivoglia natione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Greci, Todeschi et Italiani, Hebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani et altri...”.

Con questo saluto ai popoli del mondo globalizzato dell’epoca il Granduca Ferdinando emanò tra il 1591 e il 1593 le leggi “Livornine”, un testo ispirato da motivazioni di politica morale, fondato sulla tolleranza religiosa quasi due secoli prima dell’affermazione dei principii dell’Illuminismo. La Terra si era straordinariamente dilatata dopo la scoperta dell’America; Livorno con il porto franco si pose al centro del Mediterraneo. Chiese di ogni confessione cristiana, sette cimiteri, una sinagoga tra le più belle d’Europa seconda solo a quella di Budapest, dicono ancor oggi. Ne sopravvive solo il ricordo in qualche foto d’epoca e alcuni interni custoditi nel Museo civico. Fu distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, come oltre il 50 per cento degli edifici della città antica. Ricostruita nel dopoguerra ha la forma di una tenda, perché Livorno sa accogliere.

Meticcia, tollerante, scanzonata, passionale, sulfurea: l’anima della città è il distillato di un’irripetibile chimica dei sentimenti e dei ragionamenti che fa dei suoi abitanti una comunità compatta nella differenza delle radici storiche. Una chiesa barocca ospita dal 2018 il Museo civico, in piazza del Luogo Pio. La visita è un’immersione in una Livorno scomparsa tuttavia immanente. La bandiera rossa della fondazione, le quinte monumentali della sinagoga, le false teste di Modigliani al centro negli anni ‘80 di una spettacolare beffa agli esperti d’arte. Livorno è così, senza mezzi toni: o la ami o la odi.

Io l’ho amata. Per due anni e sette mesi ho avuto il privilegio di dirigere “Il Tirreno”, lo storico quotidiano della costa toscana. Insieme a una redazione appassionata, fianco a fianco con l’attuale direttore Fabrizio Brancoli, nel 2017 celebrammo i 140 anni di pubblicazioni del quotidiano. Ci ritrovammo con centinaia di amici, colleghi, lettori alla Terrazza Mascagni, con l’Amerigo Vespucci in navigazione alle nostre spalle. Giornate vissute intensamente sulle sponde di un mare aperto.



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Quando lasciai la guida del giornale mi congedai dai lettori con un genere di scrittura da me mai praticato prima in quarant’anni e più di professione, effetto collaterale - credo - del “genius loci”. Mi permetto di riproporre qui quelle stesse parole, confidando nella benevolenza di chi legge:

Ti scortica Livorno, lame affilate di sole prepotente/

Spuma di salsedine su volti stanchi/

Lingue veloci ti inseguono a ogni incontro/

Pensionati fuori dal tempo combattono con il ricordo/

Il mare nasconde una storia dolente/

Figlia di migranti, di nazioni erranti/

L'armeno e l'ebreo, il greco e l'olandese/

Il sacro cerca casa nello spazio senza ghetto/

Sinagoga o chiesa la salvezza è per chi ricerca un senso/

Parole antiche si mescolano sulle sue sponde/

Sono parole secche, sincopate, hanno il sapore del mare che le ha create/

In queste calde acque siamo nati, immerso i piedi sin da bambini/

Mediterraneo, mercanti e contadini, poeti e avventurieri/

Livorno con il suo faro ti indica la rotta del mistero.