Canzoni, passioni, errori. Motta si racconta: «Lavoro come un artigiano, con disciplina»

Francesco Motta è nato a Pisa il 10 ottobre 1986

Il cantautore pisano-livornese ha pubblicato il libro “Vivere la musica”: «Può insegnare qualcosa ai giovani artisti» 

Dal 2016 Francesco Motta, con due dischi, ha saputo conquistare pubblico e critica con la sua musica d’autore, figlia delle passioni musicali del (oggi) 33enne pisano/livornese/romano. Sceso dal palco dopo aver freneticamente girato per tutta Italia in tour, Motta si è fermato a riflettere sul suo rapporto con la musica, con il suo essere artista e come vivere questa passione nata e cresciuta nell’infanzia. Pensieri, storia ed errori vengono messi in fila in “Vivere la musica” un libro (Saggiatore Editore) che è un’analisi e un racconto degli anni della crescita. È un confronto con la sua passione e più o meno direttamente consiglia (al di là degli stili) chi vuole intraprendere questa non certo facile strada. Bloccato nella sua casa romana dalle contingenze lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare di “Vivere la musica”.

Motta, come nasce questo libro?


«L’idea è di qualche anno fa. Allora però non avevo le carte e le parole giuste per scriverlo. Una volta trovate ho iniziato. A 33 anni non mi posso permettere un’autobiografia però posso avere delle responsabilità sull’indirizzo alla didattica della musica. È un libro per intraprendere la terza via all’apprendimento, utile anche per genitori».

Più volte ha affermato che la scrittura di un disco è per lei un momento difficile. Lo è stato anche per il libro?

«È successo con la parte finale, quella della consegna. In generale però ho rotto meno i coglioni a chi mi sta intorno. In questo momento sento una diversa esigenza: cioè cercare di andare a letto contento del mestiere che faccio. È una sorta di terapia per stare meglio. Certo fare una canzone non è salvare la vita, mi sono reso conto, in questi giorni più che mai, di non essere indispensabile. Parole e intrattenimento sono importanti ma non esistenziali. Però vado a letto tranquillo».

Nel libro parla, indicando anche luoghi precisi, delle sue due città: Livorno e Pisa. cosa significano per lei?

«È un rapporto drammatico, una situazione assurda questa divisione tra Livorno e Pisa. La città dove ho vissuto di più è Pisa e dove musicalmente è successo tutto. Sono strane entrambe. Vedo in altri livornesi, come Ciampi o certe realtà cinematografiche, un fil rouge tra la malinconia e il sorriso. Sono comunque fiero di portarmi dietro la parte sana della provincialità. Di sicuro in un altro luogo sarebbe stato diverso».

Nick Cave dice che scrivere canzoni richiede disciplina e che lavora dalla mattina al pomeriggio come un impiegato. Per lei è così o c’è una scintilla nella scrittura?

«La vedo come Nick Cave, credo nell’artigiano e nella disciplina. Prima di questo casino globale andavo in studio ogni giorno e cercavo di tirar fuori qualcosa, anche quando non c’era un’idea chiara. Parto da un testo, da una vecchia frase, anche se non ho una regola. È comunque rilassante trovare una routine. Negli ultimi mesi mi è successo di fotografare un momento felice che però non significa che esca una canzone felice».

Rifarebbe tutto il suo percorso artistico?

«Rifarei tutto quello che ho fatto, con magari altri errori, non so quali. Mi piace la dinamicità felice degli errori fatti. Mi piace anche riascoltare quello che ho scritto e detto, considerandolo come il modo e la verità di quel momento. Penso ci sia un parallelismo tra ciò che dici e le carte che hai per dirlo in quell’occasione. Certamente, anche alla luce delle esperienze fatte, rifarei il musicista. Non vedo alternative. È l’urgenza di tirare fuori le emozioni attraverso le canzoni».

Direbbe ad un giovane che si può vivere di musica?

«Nel libro dico come l’ho vissuta io e non voglio fare una distinzione tra chi ce la fa e chi no. Ci sono modi diversi per cercare di affrontare la musica oggi. Comunque, occorre studiare e suonare tanto lo strumento ed essere disciplinati. Dico anche di non iniziare a scrivere solo per trovare il modo di arrivare alla gente, ma di cercare, sbagliando, la propria strada. Riccardo Sinigallia, produttore ed ex Tiromancino, mi ha sempre detto: fai musica tua, non musica bella. Leva la concezione del bello e troverai le imperfezioni e saranno tue».

Un nuovo disco?

«Sto scrivendo molto in questo periodo ed ho molti stimoli: cose che mi piacciono e materiale da scartare. Cose anche diverse da ciò che ho fatto. Ma non c’è ancora un’idea su ciò che voglio fare uscire». —