«Io, Keith e Pisa»: parla lo studente del famoso murale "Tuttomondo"

Piergiorgio Castellani nell’89 convinse Haring a venire a dipingere nella città della Torre: «Da questa esperienza ho capito che non c’è niente di impossibile». Ecco il ricordo del grande street artist a 30 anni dalla sua morte

PISA. Era il 16 febbraio del 1990 quando Keith Haring, nel pieno della sua carriera artistica, alla giovane età di 31 anni, morì a New York a causa delle complicanze legate all’Aids. Già famoso in tutto il mondo, Keith Haring aveva realizzato la sua ultima opera a Pisa all’incirca otto mesi prima. A distanza di trent’anni Il Tirreno ha voluto ricordare quel soggiorno pisano di Haring con Piergiorgio Castellani – all’epoca giovane studente e oggi affermato produttore di vino in Valdera – che nel giugno 1989 lo convinse a venire nella città della Torre e realizzare il famoso murale “Tuttomondo”.

Pisa, 30 anni senza Haring: la storia di "Tuttomondo" protagonista su RaiUno

(nel video un'anteprima del servizio di Tv7 che andrà in onda il 14 febbraio a mezzanotte su RaiUno)


Castellani, quando ha conosciuto Keith Haring?

«Ci siamo conosciuti per caso nel 1987 a New York. Ero un ragazzo di 19 arrivato a Manhattan con mio padre. Quando ho visto Keith l’ho riconosciuto subito. Ero per strada. Ascoltavo un concerto. Lui era sul marciapiede, magro, con l’aria da intellettuale, occhiali tondi e jeans. Rimase colpito dal fatto che sapessi chi era Keith Hering. Alla fine avevo 19 anni e arrivavo dell’altra parte del mondo. Per me era un’icona, un idolo. Sono sempre stato appassionato di arte e più volte lo avevo rivisto sulle pagine di Interview di Andy Warhol. “Hai fatto grandi cose in giro per il mondo, ma in Italia della tua arte c’è poco. Dovresti venire a fare una tua opera permanente”, gli dissi. Rimase talmente colpito che mi rispose: “Domani vieni nel mio studio”. E così feci. Andai nel suo loft, nella ventiduesima e lo tartassai di domande. Keith era entusiasta all’idea di realizzare qualcosa in Italia».

Perché a Pisa?

«Prima avevamo pensato a Firenze. Io però studiavo a Pisa e questa ci sembrò l’idea più giusta. Eravamo giovani e senza limiti. La nostra idea era di realizzare qualcosa di fruibile. Doveva essere un’opera esposta al pubblico. Una parete che tutti potevano vedere camminando per strada. Trovammo il luogo perfetto, davanti alla stazione degli autobus del tempo. Un muro di 180 metri quadrati senza finestre né porte che tutti, in qualsiasi momento della giornata potevano vedere. Certo fin da subito non mancarono le difficoltà. La parete appartiene al Convento dei Frati Servi di Maria, dietro alla chiesa di Sant’Antonio Abate. Keith era un’artista, un’icona pop, gay, non proprio in linea con la morale cattolica. In più si trattava di realizzare qualcosa completamente in rotta con lo stile di una città monumentale come Pisa».

E come avete fatto realizzare il murale “Tuttomondo”?

«Da questa esperienza ho capito che non c’è niente di impossibile. L’allora rettore del convento, padre Luciano, e l’assessore alla Cultura Lorenzo Bani compresero lo spirito dell’opera e si misero subito a lavoro per permetterne la realizzazione. La parete poi era in condizioni pessime. A quel punto entrò in gioco Massimo Guerrucci della Caparol che si mise in contatto con la casa madre che progettò un pannello dove poter disegnare il murale. Tra l’altro nessuno di noi sapeva cosa Keith avrebbe fatto».

Non c’era un bozzetto preliminare?

«Ha ideato l’opera nella sua mente, quando si è trovato in Italia, a Pisa. Una città per lui ricca di stimoli e di colori. Un luogo di immensa cultura, straordinaria, tra università, storia e arte. Passò due giorni a girare per le strade. Voleva capire dove si trovava e come poter realizzare qualcosa di contemporaneo in una città di storia. Oggi, dopo il restauro si riesce ad apprezzare ancora di più la sua idea. Ci sono tutte le sfumature della città, i colori dei tetti, del cielo, della gente. Se si osserva il murale ogni volta si scopre un simbolo. Parla in un linguaggio eterno, di ieri, di oggi e di quello che sarà domani».

Come furono i giorni che Keith trascorse a Pisa?

«Il giorno in cui Keith è arrivato a Pisa è stato emozionante. Per lui però non erano i giorni più belli. Sapeva di essere malato. Aveva paura, temeva che quella potesse essere la sua ultima grande opera. Nei quattro giorni di realizzazione ci furono intorno a quella parete centinaia di persone. Quando finiva di lavorare, Keith scendeva in strada e si metteva a disegnare magliette, caschi, guanti, vespe. Ancora oggi ci sono tantissime persone che hanno conservato quei disegni. Gli ultimi due giorni ci fu una vera e propria festa. Band, musica live, fotografi, ballerini di hip-pop e break-dance. Fu una manifestazione artistica a tuttotondo, insieme e per la città».

Chi è per lei Keith Haring?

«Un amico. Una persona con una fortissima empatia e dotato di una grande dolcezza. Era estremamente intelligente e generoso. Aveva sempre un pensiero per gli altri, per le persone pure, semplici e libere, per le minoranze. Ha fatto tanto anche per i bambini, portando avanti progetti di beneficenza negli ospedali e nelle scuole. Il più bel ricordo che ho di lui è quando giravamo per le strade di New York, era ammirato da tutti».