In viaggio con Andrea Marcolongo fino alla fonte delle parole: la scrittrice ospite al Tirreno

Andrea Marcolongo, 33 anni di Crema

«Cerco nelle etimologie le risposte su me stessa, sul mondo, sul linguaggio». Tanti nel salone del giornale per la presentazione del nuovo saggio dell’autrice

LIVORNO. “Alla fonte delle parole – 99 etimologie che parlano di noi”. Questo il titolo del libro che Andrea Marcolongo ha presentato nel salone conferenze del “Tirreno” di fronte a una folta platea attenta e molto interessata.

La scrittrice, introdotta dal direttore Fabrizio Brancoli e dall’amico Enrico Mannari, racconta l’urgenza che l’ha spinta verso questa nuova fatica editoriale, evidenziando il suo forte legame con Livorno, città dove ha abitato per parecchio tempo. «A Livorno sono rimasta particolarmente affezionata: arrivai senza conoscere nulla e nessuno, e qui ho incontrato persone che mi sono rimaste compagne nel percorso di vita».


Alcuni anni di gestazione, poi l’idea comincia a prendere corpo. «Ho iniziato riempiendo numerosi taccuini, che conservavo in una cassetta della frutta. In genere, quando qualcosa non mi torna, del mondo, di me stessa o degli altri, decido di andare alla radice delle parole; non tanto per un giochetto letterario, o per fare una battuta a cena con gli amici, ma proprio per risolvere un problema. Vado all’etimo che, in principio, significa reale sincero, genuino». Dei taccuini Marcolongo non pensa inizialmente di farne un libro; ma quando, dopo aver pubblicato il precedente lavoro, si sente perseguitata da una domanda, che le pongono ad ogni latitudine (stiamo perdendo le nostre parole?) decide di ingranare la marcia e partire.

«Ho iniziato ad andare un po’ più a fondo, ad analizzare questo disagio nei confronti del linguaggio e mi sono accorta di un paradosso tipico del contemporaneo, l’iper produzione di parole: non solo neologismi, quelli li accetto volentieri, ma paccottiglie inutili, che non rinforzano affatto, anzi indeboliscono il tutto. Le parole che servono ci sono, occorre soltanto il coraggio di usarle».

La raccolta di etimologie spiegate nel testo si ferma a 99: un numero senza preciso significato. «Ho deciso di darmi un limite – prosegue – che in tempi di eccessi è sicuramente un valore. Specie per me che un tempo fui eccentrica. Mi ha fatto bene, perché non sempre il limite è un ostacolo che bisogne distruggere per correre a briglia sciolta chissà dove. Non volevo neppure denunciare lo stato in cui versa la nostra lingua; quello che mi irrita è la pigriza intellettuale che poi diventa pigrizia verbale».



Nel frattempo, l’attrice Ilaria Di Luca, legge alcuni passi del testo, le parole ingenuo, migrante, farfalle: si apre un mondo fatto di storie, riferimenti, citazioni, viaggi, trasformazioni, condizionamenti, e scopriamo come alla radice, avessero significati diversi. Ingenuo, per esempio, era libero. Un lavoro di ricerca preziosissimo. «Le parole sono potenti – sottolinea la scrittrice – chi le detiene, detiene il potere. Lo diceva Pericle. Quando ce ne manca una, non offendiamo nessuno. Corriamo soltanto il rischio che se la prenda qualcun’altro che la potrà usare a suo piacimento. Se restiamo muti, abdichiamo al nostro diritto di alzare la mano e dire “no la realtà non è così”. Oggi più che mai saper parlare in maniera chiara, senza cadere vittima dei giochetti della propaganda, che le utilizza in malafede, è una gran forma di libertà».

Anche migrante, che arriva da scambio, contiene in sé un mare di significati. «Le parole sono loro stesse migranti, prima c’è il pensiero. Le lingue cambiano perché sono gli esseri umani a cambiare: occorrono parole differenti per descrivere qualcosa di nuovo».

E poi ci sono le lingue isolate, quelle che per motivi di natura geografica rimangono chiuse in un perimetro. «Una mi ha colpito particolarmente, quella dell’isola di Pasqua, fatta di logogrammi: il simbolo del potere è assai significativo, rappresentato da un volatile, che può scappare, evadere trovare qualcuno o qualcosa al di fuori».

L’utopia di una lingua che possa accomunare tutti i popoli. «Se gli essere umani – conclude Marcolongo – non sentono il bisogno di esprimere un pensiero comune, non ci sarà nessuna lingua che potrà unirli. Oggi l’inglese viene considerato terribile, il greco antico meraviglioso? Certo, ma sono prestiti moderni quelli del greco antico, così come le parole inglesi. Sembra migliore solo per un giudizio di gusto. Ma la linguistica non deve giudicare».