La favola bella e geniale di Lindsay Kemp in un film che lo fa volare libero sulla città

Livorno, il regista Edorado Gabbriellini ha appena presentato al Biografilm il suo lavoro sul coreografo scomparso l’anno scorso 

LIVORNO. Il ragazzo di “Ovosodo”, Edoardo Gabbriellini, il Piero Mansani che è diventato il voltò del celebre film di Paolo Virzì, è cresciuto, ha 44 anni, un curriculum pieno di successi e di soddisfazioni. Al cinema, in tv. Livornese (e come poteva non essere un livornese il mitico Piero cresciuto tra le case popolari della Guglia?) ora vive a Bologna ma a Livorno abitano sempre i suoi genitori e lui ci capita spesso.

Così, in una di queste “spedizioni familiari” è nato il film che ha appena debuttato in anteprima al Biografilm di Bologna, che andrà in onda su Sky Arte il 24 agosto e che dovrebbe essere presentato in Fortezza Vecchia a fine giugno. È un film su Lindsay Kemp, il coreaografo geniale che dopo una vita di successi internazionali scelse la città labronica per vivere e che è scomparso lo scorso anno, il 24 agosto appunto. Anzi un film “di Lindsay Kemp” nel senso che Gabbriellini lo ha voluto lasciare libero di raccontarsi in questa pellicola che ha il sapore del sogno, del talento, dell’amore per l’arte e per l’umanità. Il docufilm si intitola solo “Kemp”, niente fronzoli e solo tutta l’ammirazione del regista per l’artista. Un’ammirazione nata per caso.

«Lessi che Lindsay Kemp abitava a Livorno, nella mia città. Mi incuriosì questa cosa. Lui che aveva lavorato con divi stratosferici come David Bowie, girato il mondo, realizzato film con Dereck Jarman, aveva deciso di abitare a Livorno. Così anche se non sono un appassionato di danza e di quel genere di spettacolo, decisi di andarlo a trovare». Ed è questo incontro che folgora Gabbriellini. «Abitava in un condominio anonimo a due passi dal mercato, mentre salivo nell’ascensore di formica mi prese una sensazione di tristezza. Poi, aperta la porta di casa sua, entrai in un altro mondo, un mondo fantastico, un set vittoriano, un film di Ivory. Piena di cose e di bellezza, la carta da parati, soprattutto una casa con l’anima, l’anima di Kemp. Mi sono detto per un attimo “no, sono sono a Livorno...”. Lui mi aveva aperto con quel suo grande sorriso, e indossava un bellissimo kimono, mi trasmise subito un’energia incredibile. Capii subito che lì c’era una storia da raccontare».


Così per un paio di anni Gabbriellini fa spola tra Bologna, Livorno. E trascorre intere giornate con Lindsay Kemp, tra la sua casa e il lungomare. Con molte soste al muro dell’Accademia, sulle sedie del Baretto in Movimento che sta in cima alle scale «un luogo amato da tutti e due». Bastano una manciata di minuti passati con Kemp e Gabbriellini ha subito chiaro il taglio che dovrà dare al suo film. «Decisi che come regista dovevo mettermi a disposizione di questo grandissimo personaggio, dovevo lasciare che lui si raccontasse, che trasmettesse quel mondo infinito di emozioni, storie, genialità che si portava dentro. Il film è un botta e risposta con se stesso che diventa un discorso unico sul suo stile di vita, sui ponti che riusciva a creare con il mondo. Un racconto che è diventato una performance, sublimava in performance il racconto».

Kemp ne fu ben felice, non perché fosse un narcisista ma perché era un uomo generoso che usava l’arte per parlare a tutti e faceva dell’empatia uno strumento per volare sempre più in alto, nei cuori delle persone. Per decenni, decenni di carriera sempre sulle scene, amato e coccolato da milioni di fan.

«E più tempo passavo con lui più cresceva la voglia di raccontarlo» racconta Gabbriellini. Un lavoro, quello del regista livornese, che Daniela Maccari, ballerina, amica e collaborarice di Kemp ha seguito con commozione.

Quando Kemp è morto, il 24 agosto scorso, a 80 anni, il progetto di Gabbriellini era quasi finito ma avrebbe voluto proseguire ancora. «Fu uno strazio. Mi ero affezionato a quel signore così gentile, un nonno speciale conla mente di un ragazzino. Che pensava al futuro e diceva che le cose più belle erano quelle che doveva ancora fare. E non si guardava indietro per gloriarsi, rimpiangere i vecchi tempi. No, era come un ragazzino davvero, nemmeno l’ombra di risentimento, quella presunzione tronfia di certi vecchi maestri».

E il magnetismo di Kemp e della sua arte è stato confermato anche durante la proiezione a Bologna: gente in piedi, applausi, per il Kemp di oggi e per il Kemp che gli spezzoni dei vecchi spettacoli ripropongono, il Kemp di Flowers, di Mr. Punch's Pantomime. Insomma grazie a Lindsay Kemp Gabbriellini è tornato a Livorno. Ma era fuggito? «No, semplicemente verso 20 anni avevo voglia di respirare un’altra aria... Come tutti i giovani. Ma Livorno resta la città dove tutto è cominciato. Probabilmente se non fosse stato per Paolo Virzì, “Ovosodo” e quel giorno che Carlo Virzì mi vide al Sonnino e mi chiese se volevo fare un provino per il suo fratello, magari tutto questo non sarebbe mai accaduto». —