Quei dribbling epocali di Enzo Gentili diventati un’arte chiamata “giochessa”

Enzo Gentili con la maglia dell’Aurora Pitigliano

La storia dell’ex ala dell’Aurora Pitigliano che negli anni ’80 esaltava i tifosi gialloblù con la sua tecnica dando il via a un nuovo termine calcistico

Talvolta è l’estro dei giocatori che stimola i giornalisti a trovare la definizione più appropriata per una tipologia di gesto che non si era mai vista in precedenza. Un esempio abbastanza famoso è quello della “rabona”, ovvero il movimento con cui un calciatore mette una gamba dietro l’altra e poi colpisce il pallone con il piede arretrato. In Italia lo inventò il giocatore dell’Ascoli Giovanni Roccotelli ma il gesto divenne famoso a livello mondiale quando lo fece Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli.

Eppure gesti di grande difficoltà tecnica e altamente spettacolari si verificano anche nei campionati dilettanti. E anche in questo caso stimolano la fantasia dei commentatori e dei tifosi per coniare definizioni che diventano autentiche icone identificative. Parole o frasi che nel tempo si trasformano in un linguaggio di nicchia, trasmessi e tramandati fra tavolate e spalti, con il quale si individuano coloro che hanno avuto il privilegio di assistere a qualcosa di unico e di speciale.

Un esempio lampante è quello di Pitigliano: qui, se pronunci il termine “giochessa” pensi immediatamente a Enzo Gentili, l’ala e fantasista dell’Aurora Pitigliano che negli anni Ottanta del secolo scorso esaltava i tifosi gialloblù con i suoi dribbling ubriacanti che furono ribattezzati, per l’appunto, “giochessa”.

Per capirci e per rendere più chiaro il gesto tecnico ai lettori – non potendo disporre di filmati da un’epoca nella quale gli smartphone non erano neppure un’ipotesi – potremmo dire che qualcosa di simile alla “giochessa” di Enzo Gentili in quegli anni la effettuava l’ala della Juventus Domenico Marocchino. Ma sia chiaro, quella di Enzo Gentili non era un’imitazione del giocatore bianconero, bensì un gesto tecnico assolutamente personale con il quale dribblava, uno, due e anche tre avversari nascondendo la palla e uscendone lui con la sfera al piede: questa era la “giochessa”.

Enzo Gentili era la croce e delizia dei tifosi che lo osannavano quando la “giochessa” riusciva ma imprecavano quando perdeva palla magari al terzo o anche al quarto tentativo. Quel rapporto di croce e delizia che talvolta ha avuto anche con i suoi tanti allenatori fra cui ricordiamo nell’Aurora Pitigliano Giuseppe Celli, Alfredo Discepoli, Gianfranco Venturi, Filippo Andretta, Sergio Wongher, Luciano Giusti, Daniele Antolovic; con il San Quirico Giovanni Casciani; con il Sorano Dino Palla, con il Sovana Fosco Sbrulli. E in conclusione di carriera con l’oratorio don Orione, in terza categoria, Augusto Ronca. Pochi possono raccontare Enzo Gentili meglio di Gianfranco Venturi, l’allenatore che nella stagione 1986-87 vinse il campionato di seconda categoria portando l’Aurora Pitigliano in prima categoria per la seconda volta assoluta nella sua storia calcistica, sotto la presidenza di Italo Stefanelli.

«Appena arrivato all’Aurora Pitigliano – ricorda mister Venturi – notai immediatamente le sue caratteristiche eppure lo misi in panchina per stimolarlo e fargli capire che doveva giocare al servizio della squadra, doveva dialogare con i compagni e non limitarsi a giocare per se stesso. Ricordo che in attacco schieravo Fabrizio Bartolini e dietro di lui Francesco Foschetti e Fausto Ronca mentre Enzo Gentili scalpitava in panchina. Era chiaro che non accettava di non essere fra i titolari avendo grande consapevolezza dei propri mezzi e in effetti conquistò il posto da titolare grazie a grandi prestazioni. Ogni volta che entrava in campo cambiava il volto della partita, la sua “giochessa” permetteva di saltare gli avversari e ci garantiva di trovarci in attacco in superiorità numerica. È giusto ribadire che con Enzo Gentili in campo gli equilibri della partita si modificavano a nostro favore».

Un giudizio davvero molto lusinghiero quello espresso da Gianfranco Venturi. Ma le caratteristiche di Enzo Gentili possono essere definite simili a quelle di Domenico Marocchino? «

Sì», è la risposta secca di Gianfranco Venturi, che aggiunge: «Anche il fisico è simile, entrambi sono alti e longilinei, di solito i calciatori con tali caratteristiche fisiche faticano nei dribbling, invece loro erano efficacissimi».

Epperò, come si diceva, quei dribbling a volte finivano per essere anche una “croce”, per tifosi e allenatori. E allora la domanda a Venturi è inevitabile: un giocatore dalle caratteristiche di Gentili faceva comodo o no, a un allenatore? «Altroché se faceva comodo! Gentili creava sconquassi nella difesa avversaria che spesso doveva ricorrere al fallo, saltava regolarmente l’uomo e di conseguenza favoriva l’azione offensiva della squadra».

Questo è Enzo Gentili calciatore. Ora che ha 56 anni si diletta tra calcetto e tennis, ma le sue “giochesse” fanno parte del repertorio del calcio maremmano, di quel calcio autentico fatto di passione, classe e un estro figlio dell’intuito e del gesto tecnico frutto di una classe naturale e interiore.

Già. Perché, adesso è chiaro, la “giochessa” è l’arte di fare dribbling che nessuno insegna ma che è frutto dell’inventiva di chi è calciatore nel sangue. Un’arte messa a punto e praticata da Enzo Gentili da Pitigliano.

D’altronde la sua “giochessa” rappresenta pillole di qualità, è un gesto tecnico di nicchia perché è solo per intenditori e per palati fini. RIPRODUZIONE RISERVATA