Pagliara, il gancio più bello: assolto dall’accusa di doping

Al pugile cecinese nel 2013 fu tolta la cintura di campione italiano Dopo otto anni l’attesa sentenza: decisivi i risultati delle analisi del Dna

LIVORNO. Nella sua carriera ha combattuto a Las Vegas, Città del Messico, New York. Sul ring ha affrontato avversari che, poi, hanno vinto titoli mondiali. Senza mai fare un passo indietro. Senza paura. Ma questo avversario era il più difficile da battere e prepararsi a questa sfida gli ha richiesto più di otto anni di lotta. Un nemico senza guantoni chiamato doping, l'accusa più infamante per un pugile come lui che ha fatto del sacrificio e della correttezza la sua bandiera. Da ieri, però, Floriano Pagliara, ex campione italiano e internazionale Ibf dei pesi superpiuma, quella sfida può dire di averla vinta. Ad alzargli il pugno in segno di vittoria è stato il giudice Roberta Vicari che con sette parole lo ha fatto di nuovo sentire campione italiano: «Assolto per non aver commesso il fatto».

Un'assoluzione piena dopo che, il 25 ottobre 2013, al termine del match valido per il titolo italiano contro il pugile fiorentino Angelo Ardito, nel campione di urina del pugile cecinese fu riscontrato un diuretico. Da lì la squalifica per 2 anni, la perdita della cintura tricolore appena difesa e un calvario che gli ha stroncato una carriera che negli Stati Uniti stava prendendo quota. «A marzo scorso promisi di dimostrare al mondo che non ero dopato. Dissi anche di avere fiducia nella giustizia per fare finalmente luce su tutta la vicenda – racconta Pagliara appena fuori dall'aula del Tribunale di Livorno -. Durante l'udienza, l'ho detto anche al giudice: sono qui in Italia per metterci la faccia, perché credevo e credo nella legge. Sono sempre stato in buona fede ed ero certo di essere completamente estraneo a tutte le accuse che mi sono state rivolte». Nella battaglia alla ricerca della verità Pagliara è riuscito, nel tempo, a costruire un team di alto livello. Al suo fianco l'avvocato cecinese Fabrizio Spagnoli (studio associato Spagnoli e Maffei). Fondamentali, poi, Giuseppe Pieraccini, perito che ha avuto un ruolo centrale nell'assoluzione del marciatore Alex Schwazer e la consulenza della genetista forense Isabella Spinetti. «Auguro a tutti coloro che sono accusati di doping e che sono innocenti di aver un team come quello che mi ha supportato in questa battaglia – prosegue ancora Pagliara, in lacrime dopo l'assoluzione -. Con la mia difesa potevamo puntare alla prescrizione, sarebbe stata una vittoria dal punto di vista penale. Moralmente, però, volevo uscirne puro».


Nel corso del processo penale l’analisi del Dna, rifiutata in sede sportiva, aveva dato risultati significativi: in quel campione risultato positivo, oltre a quello di Pagliara, era stata accertata la presenza di un profilo genetico minoritario (cioè non completo) ma che attestava la presenza di materiale organico riferibile ad altro soggetto. Un’evidenza scientifica che, anche se le motivazioni della sentenza non sono ancora note, potrebbe aver avuto un ruolo decisivo nell'assoluzione del pugile.

«Mi sento un pugile rinato. Vorrei rimettere nel mio record quella vittoria, conquistata con sacrificio sul ring. Rivoglio quella cintura di campione italiano – conclude Pagliara -. Ringrazio la mia famiglia, mia moglie Stefania e tutti gli amici che non mi hanno abbandonato. Oggi il mio motto vale sempre, forse ancora di più: “non esiste sconfitta per l'uomo che lotta”».

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