Alberto Ginulfi: «Pelè, il rigore parato e la colazione ai Parioli. Però con Maradona....»

Nella foto il rigore parato a Pelè e sopra O’ Rey si complimenta con Ginulfi

L’ex portiere della Roma: «Col calcio di oggi avrei fatto più carriera» 

Ha parato un rigore a Pelé e ha avuto il piacere di allenare Maradona. Dei due grandi campioni conserva gelosamente le maglie numero 10 del Santos e della nazionale Argentina. Oggi Alberto Ginulfi, romano e romanista con 201 presenze in 11 stagioni in giallorosso, taglia il traguardo degli 80 anni. Una carriera ricca di soddisfazioni con un unico grande dispiacere: non aver mai indossato la maglia azzurra. «Managgia – racconta con il suo inconfondibile accento capitolino – l’unica volta che il Ct Ferruccio Valcareggi mi convocò per disputare la Coppa Interlega il cuore mi fece un brutto scherzo. La partita si disputava il 6 dicembre 1972 al Comunale di Firenze contro il Belgio. Ma il medico della Roma durante un elettrocardiogramma sotto sforzo riscontrò un problema e mi negò il consenso pretendendo altri accertamenti. Provai a ribellarmi: “Dottò, mi lasci andà, mica moro” gli dissi. Ma non ci fu niente da fare. Al mio posto fu chiamato Castellini. Il mister, che rividi tre anni dopo quando fui trasferito al Verona, non mi convocò più. Si vede non era destino».

Ginulfi nasce a Roma nel quartiere San Lorenzo. Il padre è dipendente del ministero della pubblica istruzione e salva la famiglia dal bombardamento di Roma trasferendola momentaneamente a villa Giulia, la madre lavora al banco del pesce a Largo degli Osci: «Aspettavamo con ansia il pomeriggio quando venivano tolti i banchi dalla piazza che si trasformava in un campo di calcio. Facevamo la colletta per comprare una palletta che all’epoca costava venti lire. Io giocavo in porta e m’ispiravo a Lev Jascin e Gordon Banks, ma me la cavavo bene anche con i piedi. Sono nato troppo presto: con il calcio di oggi avrei avuto una carriera migliore».


Dopo l’Oratorio, Ginulfi viene tesserato nella Spes Roma di padre Libero, il prete che durante la guerra salvò la vita a centinaia di ebrei e antifascisti. Nei Giovanissimi viene convocato per la rappresentativa del Lazio e a 17 anni ecco il provino che ti cambia la vita. «Era l’estate del 1958 e il mio allenatore alla Spes, Giulio Scardola cuore giallorosso degli anni Venti, mi portò alla Roma. Mi presero subito per la gioia di mio padre che era socio onorario del club giallorosso».

Qual’ è la più grande soddisfazione ottenuta con la Roma: la Coppa Italia del 1969 o la partecipazione alla Coppa delle Coppe quando solo il lancio della monetina impedì alla squadra di andare in finale?

«La vittoria del campionato Juniores nel 1960 con compagni del calibro di De Sisti è come il primo amore: non si scorda più».

3 marzo 1972: cosa rappresenta per lei quella data?

«Il rigore parato con una mano all’immenso Pelé. Giocavamo un’amichevole con il Santos. Non era la prima volta che incontravo O’ Rei perché la formazione brasiliana era solita fare tournée in Europa. Quella volta a fine partita mi fece i complimenti. E il giorno successivo, assieme a Sormani, m’invitò a colazione ai Parioli, allora sede dell’ambasciata del Brasile. Nella circostanza mi regalò la sua maglia bianca con il numero 10. Vista la penuria di portieri in Sudamerica alcuni dirigenti mi proposero di trasferirmi là: sarei stato il primo a sbarcare in un altro Continente. Ma quel rigore neutralizzato all’icona del calcio non è stata la più bella parata in carriera. Quella l’ho fatta a Torino il 5 novembre 1967 quando mister Pugliese mi schierò titolare e vincemmo con un gol di Capello. Su un colpo di testa di De Paoli schiacciai la palla sotto la traversa e ricadendo con entrambe le mani la bloccai a terra. Ancora oggi mi chiedo come ho fatto».

Le punte che non sopportava perché le facevano sempre gol.

«Innanzitutto Riva. Quando tirava dovevi farti il segno della croce. Poi Altafini che trovava sempre lo spunto vincente e infine Boninsegna con cui ho avuto una lite durante un Inter-Roma tanto l’arbitro ci mandò anzitempo sotto la doccia» .

Il più grande amico nel calcio

«Il povero Giuliano Taccola. Ci frequentavamo tutti i giorni anche con le mogli abitando a Cinecittà Est. Ogni tanto ci penso e me lo rivedo nello spogliatoio dell’Amsicora quel 16 marzo 1969. Lui era in tribuna perché, dopo un intervento alle tonsille, da qualche giorno aveva una febbre persistente. La partita terminò 0-0 e al triplice fischio scese giù. Sorrideva e scherzava. Prendeva in giro me e il terzino Carpenetti che, durante la partita, ci scontrammo in area ciccando clamorosamente la palla con il rischio di prendere un gol. Il mitico massaggiatore Minaccioni volle provargli la febbre riscontrando 38 gradi. Lo fecero stendere sul lettino e gli somministrarono una puntura di penicillina. Fu un attimo: iniziò a tremare e a tarantolare. Una scena terribile. Scapparono tutti e accanto a lui rimanemmo io, Peirò e il dottore. Venne avvertita l’ambulanza che impiegò 40 minuti per raggiungere lo stadio. Troppi. Taccola venne trasportato in ospedale, ma era già cianotico. Uno dei momenti più tragici della mia vita. Un istante prima scherzi, un attimo dopo sei morto».

Chiusa la carriera a 37 anni – dopo le tappe di Verona, Firenze e Cremona – Ginulfi si ricicla come preparatore dei portieri. «Feci il corso a Coverciano e rimasi a Firenze due anni e mezzo allenando Galli e Landucci». Poi l’indimenticabile esperienza a Napoli: «Anni fantastici: due scudetti, una Coppa Uefa e una Supercoppa. E la possibilità di conoscere il più grande campione di ogni epoca: Diego Armando Maradona». Ginulfi non ha dubbi: «Se invece di presentarsi in campo il venerdì si fosse allenato dal martedì avrebbe vinto da solo tutte le competizioni. Soltanto nel 1990, alla vigilia del mondiale, da marzo non saltò un seduta. Infatti il Napoli vinse lo scudetto e l’Argentina arrivò in finale sconfitta dai tedeschi».

Più forte Pelé o Maradona?

«Il brasiliano è stato un campione straordinario, ma il calcio all’epoca era più lento e prevaleva la tecnica. Diego è stato l’interprete irraggiungibile di uno sport più fisico. Aveva sempre addosso due-tre difensori che lo riempivano di botte e lui non reagiva mai. Nello spogliatoio era un leader assoluto. Quando scendeva in campo i compagni si sentivano protetti e certi che una sua magia li avrebbe fatti vincere».

Al di là del campione c’era l’uomo Maradona.

«Era un generoso e la sua bontà non l’ha aiutato nella vita. In occasione del suo compleanno invitava a cena la squadra compresi i ragazzi della Primavera. Io, oltre alla maglia numero 10 dell’Argentina, possiedo ancora un’insalatiera d’argento che mi regalò dopo una vittoria. Era talmente buono che un giorno arriviamo a Soccavo e i cancelli del centro sportivo sono chiusi. Il magazziniere non era ancora arrivato. Motivo? La sua vecchia 500 l’aveva lasciato a piedi. Sapete cosa ha fatto Diego? Gli ha regalato una Skoda nuova. Un campione che ha fatto del bene a tanta gente che ne aveva bisogno, ma non è stato ripagato con la stessa moneta». Dopo Napoli, Ginulfi ha seguito il tecnico Bigon a Udine, Lecce, in Grecia e al Sion in Svizzera dove ha vinto campionato e coppa. I suoi 80 anni li festeggerà nella sua casa a Castelgandolfo circondato dall’affetto della moglie Maria Rita (cugina di De Sisti) e dei figli Alessandro e Massimo: «All’Olimpico non vado più. Alla Roma sono gentili e mi telefonano per farmi avere i biglietti. Ma lo scatto non è quello dei tempi belli e preferisco vedermi le partite in tv».

© RIPRODUZIONE RISERVATA