Gli 80 anni di Giancarlo Redini, l’arbitro dei big match: «Quanti bei ricordi tra Maradona e Platini»

napoli-Juventus: Maradona e Scirea prima della gara sotto lo sguardo di Redini

Coerenza, capacità relazionali, determinazione, equilibrio, sicurezza e una buona dose di egocentrismo. Tutte caratteristiche essenziali per un arbitro che deve prendere decisioni importanti in tempi brevissimi (frazioni di secondo) sapendo che sugli spalti nessuno farà mai il tifo per lui. Ecco gli aneddoti raccontati dall’ex fischietto

Coerenza, capacità relazionali, determinazione, equilibrio, sicurezza e una buona dose di egocentrismo. Tutte caratteristiche essenziali per un arbitro che deve prendere decisioni importanti in tempi brevissimi (frazioni di secondo) sapendo che sugli spalti nessuno farà mai il tifo per lui.

Ma di tutte queste doti Giancarlo Redini – che oggi festeggia gli 80 anni nella sua Uliveto Terme in compagnia della moglie Cristiana, che lo supporta e sopporta da oltre mezzo secolo, e degli amici e colleghi della sezione Aia «Renato Gianni» di Pisa – rivendica con orgoglio la serenità di giudizio. «Tornando a casa e rivedendo in tv la moviola alla Domenica Sportiva mi accorgevo di cose di cui in campo non era possibile rendersi conto nell’attimo esatto in cui si verificavano. Sapevo però che in quell’istante agivo in assoluta buona fede. Negli anni Settanta-Ottanta la tecnologia non esisteva. Le decisioni le prendevo in base a quanto percepivano i miei occhi e applicando il regolamento. Non mi sentivo infallibile, ma sapevo che il peggior errore che un arbitro può commettere è quello di avere paura delle proprie responsabilità». Una carriera, la sua, ricca di soddisfazioni: 12 stagioni ai massimi livelli con 94 partite dirette in serie A e 88 in B, tre finali di Coppa Italia e diverse amichevoli arbitrate all’estero. Con un rammarico: non essere diventato arbitro internazionale: «Per sostituire Paolo Bergamo in lizza eravamo in tre: io, il marchigiano Maurizio Matteipoi diventato designatore di serie C, e il bergamasco Pierluigi Magni che alla fine riuscì a spuntarla. Ma non ho rimpianti e sono ancora molto legato a questo ambiente. Mi coccolo i due gioielli della nostra sezione: Marco Emmanuele e Gioele Iacobellis. Entrambi stanno dirigendo partite di C e hanno le carte in regola per poter salire in A. Spero diventino i nuovi Redini».


Arbitri si nasce o si diventa?

«Io giocavo a pallone a livello dilettantistico. Ero scarsino, ma mi piaceva. Un giorno il presidente della squadra ci parlò del corso per arbitri alla sezione di Pisa. Incuriosito iniziai a frequentarlo e venni letteralmente trascinato in quell’ambiente. Nel 1961 superai gli esami e l’anno dopo ero già a dirigere partite giovanili a Marina di Pisa. Da lì e per tre-quattro stagioni ho arbitrato sino alla Promozione per poi passare alla D».

In quegli anni e su quei campi il direttore di gara rischiava la pelle...

« A me è capitato a fine anni Sessanta alle “Due Strade” dove la Rondinella Marzocco giocava un derby con la Fortis Juventus di Borgo San Lorenzo. Sono rimasto asserragliato negli spogliatoi con i carabinieri che, qualche ora dopo la fine del match, mi hanno scortato alla stazione di Santa Maria Novella».

Anche il suo debutto in B non è stata una passeggiata...

«4 gennaio 1976, stadio Partenio con l’Avellino che sfida il Pescara. Gli irpini erano imbattuti in casa. Al 79’ gli ospiti passano con un’azione di rimessa. Qualche minuto dopo annullo per fuorigioco il pari biancoverde del mio conterraneo Lombardi. Quando mancano 360 secondi al termine i biancazzurri raddoppiano. Sugli spalti la situazione precipita. Centinaia di tifosi iniziano a lanciare di tutto e si avvicinano pericolosamente alla rete di recinzione. Invito i miei collaboratori e i calciatori al centro del campo e fischio la fine. Dopo un quarto d’ora alla porta della mia stanza bussa il mio capo: il designatore Alessandro D’Agostini. Si complimenta per la mia direzione scevra da condizionamenti. Promosso a pieni voti».

Il debutto in serie A.

«E chi lo dimentica: 22 maggio 1977, San Siro, Inter-Perugia 1-1. L’ultima partita di Sandro Mazzola. La Gazzetta titolò “Una stella si spegne e un’altra si accende”. Quella frase racchiudeva l’addio al calcio del capitano nerazzurro e il mio ottimo debutto tra i fischietti di A».

Centinaia i campioni arbitrati: qual è stato il più corretto?

«Sarebbe facile e scontato indicare Gaetano Scirea. Dico invece Ruud Krol, il libero del Napoli. Si giocava al San Paolo e i partenopei erano opposti alla Roma. C’è un contatto in area e i giocatori locali invocano il rigore e mi circondano. L’asso olandese dalle retrovie corre verso l’area ospite e allontana tutti i compagni di squadra tuonando “Io sono il capitano e solo io posso parlare con l’arbitro!” Una gentilezza che mi colpì, ma non cambiai idea».

3 novembre 1985, Napoli-Juventus e la punizione di Maradona all’incrocio dei pali simbolo del primo scudetto partenopeo.

«L’arrivo allo stadio fu proibitivo. Una marea umana che impediva al taxi di muoversi. Dovetti chiamare la polizia per essere scortato. La punizione? Oggi con il Var sarebbe stato più semplice. Ricordo che Scirea alzò la gamba in area e mise lo scarpino sulla mascella di Bertoni. Fischiai da regolamento un calcio di punizione a due. Oggi non si usa più, ma in quegli anni era frequente. Quello del Pibe de Oro fu un gol straordinario, ma dopo dovetti ammonirlo perché perdeva tempo e ricordo i fischi del San Paolo quando gli mostrai il cartellino giallo. Maradona l’ho diretto tre volte e ha sempre segnato. Prendeva un sacco di botte, ma non si lamentava mai. Platini? Un tipo furbo che cercava di fregarti».

In tanti anni di carriera un solo derby: Inter-Milan, prima stracittadina dell’era Berlusconi vinta dai nerazzurri con un gol del carneade Minaudo.

«Quella designazione il 6 aprile 1986 per me era il coronamento di un sogno. In quegli anni c’era molta competizione con arbitri del calibro di Casarin, Agnolin, Barbaresco, Longhi, Lanese, Lo Bello, Michelotti, Menicucci, Pieri. Era difficile potere dirigere sfide di cartello. Non è come oggi che i direttori di gara sono professionisti e guadagnano bene. A noi davano un rimborso spese e dovevamo vivere dello nostro stipendio. Io ho lavorato come impiegato alla Piaggio e all’aeroporto di Pisa e spesso mi allenavo da solo alle 9 di sera».

Lei è stato uno di quei fischietti vittima di «incidente» sul lavoro.

«Il 4 giugno 1986 a Como nei tempi supplementari della semifinale di Coppa Italia. Sul 2-1 per i lariani fischiai un penalty per la Sampdoria sotto la curva dei tifosi locali. Dagli spalti mi lanciarono un oggetto, qualcuno dice un accendino altri un sasso, che mi colpì in testa. Crollai a terra e mi accorsi subito che perdevo sangue. Quel rigore non fu battuto e la partita terminò lì. Fortunatamente la ferita era superficiale. Negli spogliatoi mi ripresi e preferii andare in albergo invece che al pronto soccorso. In fondo non vedevo l’ora di tornare ad arbitrare».

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