Olimpiadi di Tokyo, il silenzio magari ci piacerà

Magari, alla fine, ci piaceranno comunque. Perché tutti noi, o quasi, le Olimpiadi le abbiamo sempre vissute, godute, sofferte davanti a un teleschermo. È più facile, salti da uno sport all’altro, dalla pedana della scherma alle acque placide del canottaggio fino alla arene di basket e pallavolo, e sul divano di casa fai un tifo matto. Certo, gli spalti vuoti non potremo non notarli, non sentiremo un grido, un applauso, un fischio.

Le ovazioni per l’esercizio perfetto di Nadia Comaneci, il pubblico in piedi per l’ennesima medaglia di Phelps, il bagno di folla attorno agli stremati maratoneti saranno solo immagini ingiallite, lontanissime: a Tokyo nessuno potrà entrare e fare il tifo, maledetto Covid. Ma magari, alla fine, ci piaceranno comunque, anche se per vedere tutto ciò che vuoi si passerà dalla tv agli altri devices, perché sì, non è solo l’Olimpiade del virus ma anche quella dello streaming, anche se la vecchia, cara mamma Rai farà tutti gli sforzi per non farci mancare niente. Magari ci piacerà comunque, perché alla fine lo sport è sport, sempre e comunque. Perché l’adrenalina che ti regala una medaglia, o soltanto la speranza di poterci arrivare non ha eguali. Ci piacerà comunque perché lo sport italiano non ha mai portato ai Giochi così tanti atleti, 384, e mai ha potuto guardare così in alto. In ogni sport, o quasi, abbiamo un campione che può farci sobbalzare da quel benedetto divano. Che può regalarci l’illusione di ascoltare quell’inno di Mameli che è già diventata la colonna sonora della nostra estate, grazie ai favolosi azzurri del calcio.

Ci sono favole come quella della Pellegrini, della Egonu ma anche tante altre che magari non conosciamo ancora ma che tra due settimane magari ci sembreranno familiari. È il bello dei Giochi, il sogno e la speranza. Anche senza pubblico le Olimpiadi potranno essere belle. E magari ci piaceranno. --

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