Agroppi: «Superga era la nostra casa e ogni anno piangevamo»

Aldo Agroppi

L'ex allenatore: «Ho sempre sperato che non si siano accorti di precipitare Essere torinista è un mestiere difficile, ma giocare qui ti rende orgoglioso»

PIOMBINO. «Spero che non si siano accorti di niente. Ecco cosa spero. Magari non hanno capito cosa stava succedendo. O forse lo hanno capito e hanno invocato Dio. Ma quel giorno le preghiere non furono ascoltate. Era il destino». Il 4 maggio del 1949 Aldo Agroppi aveva cinque anni. Era solo un bambino, quando l’areo Fiat G.212 della compagnia aerea Ali, con a bordo il Grande Torino, andò a schiantarsi contro il muraglione della basilica di Superga.

Solo il destino fermò la squadra degli Invincibili, settantadue anni fa, ma non cancellò il mito. All’epoca un bambino di Piombino non poteva certo immaginare quanto quella tragedia avrebbe finito per intrecciarsi con la sua vita da adulto, da calciatore, da bandiera del Torino.


«Superga per noi granata è un rifugio, è la nostra casa – racconta Aldo Agroppi dalla sua villa di Piombino – Non solo il 4 maggio, ma sempre. Perché la collina di Superga domina tutta Torino e noi dal campo di allenamento la vedevamo. Ci ricordavamo di questi fenomeni, perché lì all’antistadio del mitico Filadelfia c’erano tanti anziani che avevano vissuto la tragedia e ci raccontavano aneddoti, le storie delle loro famiglie. Si commuovevano ancora».

Ci mise poco a capire, Agroppi. Dopo un primo assaggio di granata dal 1961 al 1964 nelle squadre giovanili, esordì in serie A nel 1967 e ci rimase fino al 1975. La prima volta che mise piede nel mitico Filadelfia salì le scale per arrivare alla tribuna.

In fondo alla scala c’era una saletta dove si custodivano l’elica, le ruote e la carlinga dell’aereo. «Capii subito – racconta Aldo Agroppi – che con quella maglia granata indosso bisognava crescere alla svelta».

Negli anni trascorsi nel Torino è come se, racconto dopo racconto, Agroppi avesse vissuto in prima persona quella tragedia. Come se fosse diventata sua. «Il Torino è morto per un atto di generosità – racconta – Il presidente mandò la squadra a giocare a Lisbona quell’amichevole per fare un piacere al collega portoghese.

Era il 4 maggio, di solito c’è il sole. Quel giorno c’era vento, pioggia. La tragedia era lì, nascosta. Il comandante si chiamava Meroni (proprio come il campione granata morto investito da un’auto nel 1967 ndr)». Il destino, sempre lui. Che sembra essersi accanito contro la squadra granata. «Il Toro va amato, essere tifosi del Toro non è facile – spiega Agroppi – È un brutto mestiere. Eppure sono orgoglioso di aver indossato in Serie A quella maglia, di aver trascorso undici anni nel Torino».

Per una bandiera del Toro come Agroppi, Superga era diventato un luogo speciale, dove le emozioni non si potevano controllare. «Ogni anno vistavamo quel posto per ricordare un gruppo di fenomeni che vivevano una vita semplice, con le famiglie e con i figli. Hanno raccontato le loro gesta in tutto il mondo – prosegue l’ex allenatore – Posso dire a certi tifosi che dicono “Sei del Toro, non vinci mai” che sono contento di non aver mai giocato in grandi squadre. E ricordatevelo: potete campare anche 100 anni, ma come giocava quel Torino non lo vedrete mai più».

Ogni anno, come un rituale. Il capitano di allora Giorgio Ferrini leggeva tutti i nomi: dai dirigenti, ai giocatori fino ai massaggiatori scomparsi. «Non ce la facevamo a tenere le emozioni e il pianto – ricorda Agroppi – poi la frase simbolo: “Solo il fato li vinse”. Quella di Superga è una storia dolorosa e immortale. Chissà quanto avrebbero vinto ancora. Erano davvero invincibili».

LO STRISCIONE

«4-5-1949, 4-5-2021: onore agli Invincibili»: con questo striscione in curva Primavera, alla vigilia della commemorazione di Superga, il tifo granata celebra Valentino Mazzola e compagni, scomparsi tragicamente settantadue anni fa. Poi, un messaggio per la squadra di Davide Nicola, che ieri sera era impegnata nella delicatissima sfida salvezza contro il Parma: «Quando indossate la maglia del Toro, pensate a loro sempre» si leggeva su un altro drappo.

Dopo quei fasti, il Toro ci ha messo 27 anni per vincere un altro scudetto con Gigi Radice in panchina e i gemelli del gol Paolino Pulici e Ciccio Graziani. Quella sera i tifosi del Toro andarono spontaneamente lassù. E su quel tappeto di pietra in tanti si fermarono a dormire. —



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