Inter, una notte lunga 10 anni: ecco la sveglia più dolce

Thohir, Mazzarri, de Boer, che malinconia. Ma sotto l’ombrellone stavolta tocca a noi...

«Siamo noi! Siamo noi! I campioni dell’Italia siamo noi!» cantano a squarciagola i giocatori e i tecnici interisti (i festeggiamenti erano già iniziati sabato sera nello spogliatoio di Crotone) e gridano orgogliosi i milioni di tifosi della Beneamata (qualche migliaio in piazza a Milano, tutti gli altri su Facebook e dintorni).

Alle 16,53 di domenica 2 maggio, con addirittura quattro giornate di anticipo, l’Inter è campione d’Italia e per la diciannovesima volta lo scudetto tricolore viene cucito sulle gloriose maglie nerazzurre. L’ultima volta era accaduto ben undici anni fa, il 16 maggio 2010, grazie a un gol realizzato da Milito a Siena pochi giorni dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Roma e pochi giorni prima del trionfo con il Bayern Monaco sempre decise dalle reti d’autore del Principe. Era l’Inter Speciale di José Mourinho, l’Inter della tripletta Coppa Italia – Campionato Italiano – Champions League, l’Inter dei cinque scudetti consecutivi. L’Inter di Cambiasso e Zanetti, di Julio Cesar e Samuel, di Maicon e Lucio, di Sneijder e Eto’o che richiamava subito alla mente la Grande Inter degli anni Sessanta (unica squadra nella storia del calcio meritevole di questo aggettivo insieme con il leggendario Torino di Mazzola, Loik, Castiglianoi, Gabetto, Bacigalupo...) allenata dal “mago” Helenio Herrera e capace di vincere tutto in Italia e nel mondo con Burgnich e Facchetti, Jair e Suarez, Mazzola e Corso.


Quel maggio 2010 concludeva dunque un ciclo esaltante con il passaggio del testimone da Angelo Moratti a suo figlio Massimo e dall’istrionico Helenio Herrera (“taca la bala” ripetuto ossessivamente ai suoi giocatori) al comandante José Mourinho (“zero tituli” lanciato come guanto di sfida ai suoi avversari). Da quei giorni inebrianti di gioia l’Inter ha però improvvisamente smesso di vincere fino a ieri, quando si è concretizzato il capolavoro di Antonio Conte (dejuventizzato). O meglio, ha conquistato la Supercoppa italiana nel settembre 2010 e dopo 45 anni, nel dicembre 2010, si è aggiudicata la Coppa del Mondo per club (mica bruscolini...) con un totale di cinque titoli italiani e internazionali in un solo anno, impresa riuscita in Italia solo all’Inter. E chi se ne importa se in panchina c’era tale Rafael Benitez, perché per gli interisti quei trionfi sono comunque da attribuire a Mourinho che, nel frattempo, in lacrime ma pagato a peso d’oro si era trasferito a Madrid, sponda Real. Ma si trattava solo di un’appendice di quell’Inter Speciale. Un tifoso interista ben preparato ricorda anche che proprio il successore di Benitez – che se ne andò senza lasciare rimpianti la vigilia di Natale – l’ex milanista Leonardo, portò i nerazzurri ad aggiudicarsi la Coppa Italia 2011 piegando in finale la sorpresa Palermo. Come spesso accade all’Inter non fu una vittoria banale (la settima per nerazzurri in questa manifestazione) perché ai nerazzurri fu consegnata anche la coppa del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia che fa bella mostra di sé nella ricca bacheca del club meneghino. Quella Coppa Italia, seppur importante, aveva però il sapore un po’ amaro di cose perdute (citando Gino Paoli), perché si capiva che quella squadra era ormai arrivata e titoli di coda e che la società non sarebbe stata in grado di mantenersi a quegli standard. E così è stato. Infatti, da allora, l’Inter non ha vinto più nulla ma proprio nulla, a parte qualche torneino estivo buono solo a illudere i tifosi sotto l’ombrellone: dieci lunghi anni di delusioni, di sofferenze, di prese in giro (“Non vincete mai...”) da parte dei tifosi delle squadre avversarie, in primis gli juventini festanti per la vittoria di ben nove scudetti consecutivi (nella stagione 2010-2011 lo aveva vinto quasi per caso il Milan). Ma l’interista, com’è noto, è un tifoso anomalo: sa di stare dalla parte dei giusti e non da quella dei più forti (l’abbattimento in area nell’aprile 1998 di Ronaldo – quello vero, il Fenomeno – attende ancora l’intervento della Corte europea dei Diritti dell’uomo); sa di aver scelto l’amore più difficile ma per questo anche più bello; sa che ci saranno ancora sconfitte come quella con il Lugano in Coppa Uefa o con l’Helsingborg nei preliminari di Champions League ma sa anche che vivrà vittorie emozionanti come con il Barcellona nella semifinale di Champions e in trasferta al “Mestalla” contro il Valencia o al mitico “Highbury” contro l’Arsenal; sa che dopo il disastro del 5 maggio 2002 (Lazio-Inter 4 a 2, ma i più in là con l’età ricorderanno nel 1967 un altro scudetto perso all’ultima giornata per l’1 a 0 subìto a Mantova) ci sarà sicuramente un trionfo esaltate come quello del 20 maggio 2020 con l’Inter che batte i tedeschi del Bayern e torna sul tetto d’Europa. È per questo che l’interista è capace di sopportare anche dieci anni di traversata nel deserto della mediocrità alla ricerca di un’oasi-vittoria che placherà di colpo la sua sete di gloria: la trionfale cavalcata guidata da Lukaku e Lautaro ha già fatto dimenticare le tante delusioni che si sono susseguite in questi anni tra campionato e coppe. Anche perché chi tifa Inter si è abituato all’alternanza di astinenza-cicli di successi, visto che è accaduto più volte in passato: dallo scudetto dei record firmato da Giovanni Trapattoni (1988-89), per esempio, passarono diciassette anni per riconquistare il tricolore a tavolino (2005-2006) e ben diciotto per rivincere lo scudetto sul campo.

Si cade e ci si rialza. L’interismo, insomma, è un allenamento di vita e rafforza le capacità di autoironia, altrimenti i tifosi nerazzurri come avrebbero potuto sopportare un decennio di strapotere juventino? Certo, le sconfitte della Juventus nelle finali di Champions e le sue clamorose eliminazioni nella stessa competizione hanno aiutato parecchio a salvaguardare l’autostima del popolo nerazzurro. Non è certo arrogante ricordare che nessuna formazione italiana, a parte l’Inter, sia riuscita a vincere nella stessa stagione Champions League, Scudetto e Coppa Italia e non lo è neppure quando viene ribadito che sempre l’Inter è l’unica formazione a non essere mai stata in B (né gratis, né a pagamento come sosteneva il grande avvocato Peppino Prisco): si tratta di due capisaldi dell’orgoglio interista che in questi dieci anni sono serviti (molto) come autodifesa. Utilissima, in tal senso, si è rivelata la Tripletta (o il Triplete per pronunciarlo alla spagnola), che è ormai diventata una vera e propria ossessione per la Juventus e i suoi sostenitori.

Il fatto, poi, che sia stata l’Inter di Conte a interrompere la striscia record dei bianconeri restituisce al tifoso nerazzurro la sua verve di bauscia: Gasperini e la sconfitta per 3 a 1 col Novara, l’apparizione di Ranieri, la meteora di Stramaccioni (un grazie, comunque, per la vittoria a Torino), le recriminazioni di Walter Mazzarri, il mesto ritorno di Roberto Mancini, l’anonimo passaggio di Frank de Boer e di Stefano Pioli, l’approdo di Luciano Spalletti che riavvicina la squadra ai vertici senza però farla diventare veramente competitiva, gli ottavi e i noni posti a oltre trenta punti di distacco dalla capolista, la malinconica uscita di scena del presidente Massimo Moratti per fare spazio Erick Thoir, la Champions che non svaniva nemmeno come la neve a sole perché essendo eliminati nei turni di qualificazione la neve non si vedeva mai, sono state tappe sofferte e necessarie per arrivare alla gioia di oggi. Con le due stelle che sono più vicine, perché mica finisce qui... —

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