Conte pronto a far saltare la dittatura

Non so se Ibra pensa ancora che Lukaku giochi al calcio come un asinello, fatto sta che quell’asinello sta vincendo lo scudetto. O meglio, l’Inter dell’asinello sta vincendo lo scudetto.

Questo Derby dominato è soltanto un notaio, ha messo il timbro su quello che il campionato ci aveva già ampiamente sussurrato: ora la squadra di Conte è solida, affamata e matura. Pronta per far saltare in aria la dittatura della Juve, chiudere un’era e riconquistare quel “titulo” che mancava dall’epoca di Mourinho. Una vita fa.


Forse Antonio Conte, abituato a vincere subito, ha avuto bisogno di un po’ di tempo in più rispetto alle attese e alle spese, ma adesso l’Inter è finalmente sua. Contiana in tutto e per tutto. Plasmata a sua immagine e somiglianza. Gioca un calcio essenziale figlio della nostra migliore tradizione riveduta e corretta, fatto di forza fisica, movimento senza palla e ripartenze micidiali, ma anche capace di un buon possesso che aiuta nella fase difensiva e abbassa il ritmo quando necessario. E’ un calcio fusion, postmoderno se qualcuno (sbagliando) pensa che la cosa più moderna di oggi sia ancora il guardiolismo. Velocità e forza fisica sintetizzate nelle qualità di Lautaro e Lukaku, ieri praticamente perfetti nei movimenti, nella lucidità e nel cinismo.

E se la prestazione migliore è coincisa con il momento decisivo della stagione, questo significa anche che l’Inter ha trovato equilibrio e consapevolezza. Soprattutto compattezza.

E paradossalmente i problemi economici della società, la proprietà cinese che ha deciso di vendere l’Inter e non solo, l’incertezza sul futuro, sono diventati un collante fortissimo. Tante sfide personali sono diventate un’enorme sfida collettiva: questa è l’Inter. La parola d’ordine adesso è solo “Lo scudetto lo dobbiamo vincere per noi stessi e per i tifosi”. Bravi psicologi Marotta e Conte a trasformare una potenziale negatività in un valore aggiunto del gruppo!

E adesso pure la bruciante eliminazione dalla Champions, l’essere senza coppe, può trasformarsi in un’occasione in più.

Se poi vogliamo tornare a parlare di calcio, nella crescita generale, c’è da sottolineare il recupero di Erikssen che ha tolto muscolarità e immesso qualità e fantasia in un centrocampo troppo fisico e quindi banale.

Ma gli scudetti sono un puzzle, figli di tante caselle e situazioni che combaciano e nel suo percorso l’Inter s’è imbattuto anche in un Milan minore che ha facilitato il compito. I rossoneri pagano molti mesi di grande sforzo e di ottimo calcio. In questo momento mancano velocità e lucidità, ieri s’è visto soltanto uno sprazzo di Milan vero a inizio ripresa. Troppo poco. E’ un momento, almeno penso. I valori restano, la qualità pure, dovranno essere bravi la società e Pioli a gestire la delusione. Del resto ce lo siamo detti spesso, il Milan ha viaggiato per mesi al di sopra dei suoi limiti e un ritorno alla normalità non deve sorprendere. Il lavoro fatto resta e il Milan può ripartire per provarci fino alla fine. Magari invece di far cantare Ibra a Sanremo sarebbe stato meglio farlo esibire solo a San Siro, ma questo è un altro discorso. Forse vintage. —

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