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«Anomali i valori del Dna, la verità è emersa»

Giuseppe Pieraccini, chimico, consulente di difesa di Alex Schwazer, ripercorre il lungo lavoro che ha portato all’assoluzione 

Era il 2016 quando in una delle sue prime consulenze tecniche come perito della difesa scrisse chiaramente che Alex Schwazer non si era dopato. In cinque anni la battaglia legale per dimostrare, dati e analisi alla mano, che il marciatore altoatesino era innocente è stata durissima. Omertà, mancata collaborazione, documenti mancanti o fatti arrivare in ritardo. Una sorta di spy story del doping risolta, in un lavoro collettivo straordinario, grazie anche al contributo fondamentale di Giuseppe Pieraccini. Direttore tecnico del centro di servizi di spettrometria di massa del dipartimento di scienze della salute dell’università di Firenze. Una sorta di moderno Sherlock Holmes che, tra mille ostacoli, è riuscito a dimostrare in maniera quasi inconfutabile che i campioni di urina raccolti durante il controllo del 1 gennaio 2016, dopo uno strano girovagare di laboratori, erano stati manomessi.

Cosa l’ha convinta ad accettare un incarico che si presentava così complesso fin dall’inizio?


«Inizialmente è stato Sandro Donati a cercarmi e fare da portavoce ad Alex. Le confesso che inizialmente con Donati ci siamo anche scontrati per decidere quale strada difensiva intraprendere. Mi sono comunque convinto dopo aver parlato con l’atleta e conoscendo la sua storia. Alex mi ha detto di aver provato in passato ad assumere il testosterone, ma senza successo. Per funzionare in uno sportivo di resistenza come lui, infatti, ha bisogno di essere assunto per mesi e mesi. Altrimenti non serve a niente. Uno degli ultimi controlli del 2015, poi, aveva dato esito negativo, quindi Alex avrebbe assunto per una ventina di giorni, dall’11 dicembre al 1 gennaio, giorno del controllo incriminato, microdosi di testosterone che non avrebbero dato un miglioramento alla prestazione sportiva e avrebbero, invece, avuto il solo risultato di far risultare positivo il test antidoping. Altro elemento strano era che i controlli dei mesi successivi erano sempre stati negativi: che senso aveva doparsi per 20 giorni con il testosterone per poi cessare questa pratica subito dopo?».

La parte più difficile è stata dimostrare la manomissione dei campioni?

«Sono andato nel luglio 2016 personalmente al laboratorio di Colonia. Il test dal punto di vista tecnico era ineccepibile. Ma era molto strano che il prelievo fosse stato fatto la mattina presto del 1° gennaio 2016 e la comunicazione della positività ad Alex era solo del 21 giugno 2016. Da qui iniziano una lunga serie di incongruenze e la Iaaf ci comunica l’indisponibilità del laboratorio di Colonia nello svolgere le controanalisi, quando in seguito siamo venuti a sapere che, in realtà, il laboratorio era più che disponibile ad eseguire nuovi test. Bisognava comunque ricostruire una catena e capire, escludendo tutte le alternative, come e quando fosse avvenuta la manomissione».

Riuscite a scoprire, però, che le urine di Alex Schwazer sono rimaste “incustodite”.

«Il famoso rapporto McLaren, in grado di svelare come avveniva il doping di Stato in Russia, spiega come per la manomissione di un campione servano circa 2 o 3 ore. Quello di Alex Schwazer fu raccolto alle 7 e consegnato al laboratorio il giorno dopo. Diciamo che per una notte è rimasto incustodito, ma non esisteva ancora la “pistola fumante” della manipolazione».

Le analisi, però, dimostrarono qualcosa di anomalo?

«Una parte di lavoro importante ha coinvolto anche il colonnello Giampiero Lago, per i Carabinieri del Ris di Parma, e il genetista Sandro Portera. Anche alla presenza dei periti di tutte le parti coinvolte, tranne la Wada che nell’ultima occasione neanche si è presentata. Dopo 2 anni e 2 mesi, dunque, siamo arrivati al controllo del Dna, negato in sede sportiva. E il risultato ha mostrato come il campione avesse un’altissima percentuale di concentrazione, cosa strana perché, anche se in frigo e freezer, questa di solito degrada a distanza di così tanto tempo. Insomma, nel campione incriminato c’era troppo Dna».

Ne è nato un lungo lavoro di ricerca, complesso e mai avvenuto prima, che ha portato il giudice di Bolzano ad assolvere Alex Schwazer per non aver commesso il fatto.

«Anche in questa fase la Wada non ha collaborato. Alla fine, studiando almeno 100 atleti, si è potuto affermare che il Dna di quel campione di Alex Schwazer non poteva essere regolare. Era evidente che, in qualche modo, fosse aumentata la concentrazione di Dna mantenendo, però, traccia solo di quello del marciatore altoatesino. Il giudice, lo dice anche nella sentenza, fortunatamente ci ha dato ragione dimostrando che, di tutte le ipotesi possibili, nessuna giustifica una concentrazione così alta di Dna». —

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