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Omaggio al Grande Torino: l’emozione del silenzio sul colle degli Invincibili

Nel 70° anniversario della tragedia di Superga, il racconto della visita davanti al cippo granata. Una lezione di civiltà, qui si respira il significato dei valori che vengono prima dei colori 

No, non è come farselo raccontare, leggere resoconti o farsi rapire dai filmati dell’epoca e da quelli delle commemorazioni. No, non è la stessa cosa: almeno una volta nella vita bisogna arrampicarsi fino ai 672 metri di Superga e guardare negli occhi la leggenda del Grande Torino. Sì, perché qui dove il 4 maggio del 1949, si schiantò l’aereo che riportava a casa i pluricampioni d’Italia da una trasferta a Lisbona, non c’è solo un cippo. Non ci sono solo sciarpe che rappresentano i valori sani dello sport prima ancora dei colori delle tante squadre i cui tifosi a migliaia e migliaia sono sfilati in silenzioso e commosso omaggio.

Questo è il colle dove cuori spenti da settant’anni fanno battere forte quelli degli altri. Qui continua a giocare una squadra di calcio che era, anzi è ancora, di tutti quelli che amano lo sport, di tutti quelli che considerano il pallone non solo un gioco ma una scuola di vita. Questo, insomma, non è solo il luogo dell’ultima dimora del Grande Torino, qui si gioca una partita più importante di quelle che si inseguono frenetiche quasi ogni giorno in calendari intasati dalla rincorsa ai danari dei diritti tv e intorno a un pallone che tende a dimenticare i veri valori..

L’ODORE DEL RISPETTO

Qui, su questo colle dove il silenzio permette di cogliere il tremare delle foglie e il sospiro dei venti, si gioca la partita in cui nessuno perde: quella dell’insegnamento del rispetto, dei valori reali della competizione dove uno vince ma tutti quelli che hanno dato il massimo possono uscire dal campo a testa alta e alzare la coppa della coscienza pulita.

La muraglia in cui sono incastonati i ricordi è quella che fu squarciata dall’aereo in un giorno di primavera che sembrava inverno pesto, libeccio e nebbia regalavano visibilità zero e il resto lo fece l’altimetro guasto: il comandante Meroni credeva di essere a quota 2.000, era poco oltre 500.

Al posto di quello squarcio c’è il cippo e c’è un’immensa foto seppiata e ritoccata a mano per dare un tono granata alle maglie e rendere verdi e rossi i lati degli scudetti tricolori sulle maglie.

Quelli sono i Campioni immortali che quasi nessuno ha visto perché erano di un’epoca lontana, ma è come se quella formazione fosse sempre davanti ai nostri occhi. Era il Grande Torino e lo senti tuo, qualsiasi squadra ti sia nel cuore. A parte che per i mononeuronali espositori di striscioni triviali, questa è la squadra di tutti, perché è arrivata fino a noi portando con sé i racconti di imprese epiche sul campo: non solo i cinque scudetti di fila che non si sa quanti sarebbero diventati senza quello schianto ma anche per come arrivavano le vittorie, le rimonte da uno 0-3 in casa con la Lazio diventato 4-3 dopo che il trombettiere sugli spalti aveva suonato la carica e il capitano Valentino Mazzola si era rimboccato le maniche a mo’ di segnale d’arrembaggio. E da quel momento non ce n’era per nessuno. Sul loro campo erano invincibili.



LE LEZIONI DEI CADUTI

Erano arrivati a giocare in dieci su undici in Nazionale: tutti i giocatori di movimento e in porta lo juventino Lucidio Sentimenti detto Cochi, negli annali tramandato come Sentimenti IV. Prima di Cochi erano già scesi in campo Ennio, Arnaldo e Vittorio e poi ci sarà anche Primo, che diventerà Sentimenti V. Era l’11 maggio 1947: in azzurro Sentimenti giocò al posto di Valerio Bacigalupo.

Guardi la gigantografia e il portiere è il primo a destra, con il pallone in mano. Bacigalupo fu tra i primi a essere riconosciuto, grazie a un portafoglio intatto. Sotto al documento trovarono una foto: lui con Sentimenti, il portiere che gli aveva “rubato” il posto nella Nazionale dove giocavano tutti gli altri di quel Torino. Seduto sul muretto che delimita la stradina pedonale che costeggia la basilica, non puoi far altro che pensarci a una cosa come questa, a portarla ai nostri giorni. E vien da pensare che 70 questo italico pallone lo hanno cambiato troppo. E male.

MONDONICO E ASTORI

Per questo fa bene star qui e veder passare il lento ma costante pellegrinaggio di persone di tutte le età che arrivano da ogni parte del mondo. Dal lato destro guardando il cippo spuntano cinque ragazzi argentini, parlottano fra loro e sanno praticamente tutto di quella squadra, poi scorgono un’immagine di Emiliano Mondonico, uno che nel Torino ha giocato qualche tempo dopo ma che è stato soprattutto uno degli allenatori più amati. Lo indicano e fanno il gesto della sedia senza avere la sedia in mano, a ricordare il momento di gloria sfiorata della finale di Coppa Uefa persa con l’Ajax nel 1992.

Il monumento al Grande Torino è diventato anche il monumento ad altri ricordi, c’è una maglia di Davide Astori, il giocatore della Fiorentina, che nel Toro non ha mai giocato, morto nel sonno nel 2018 in un albergo di Udine la notte prima di una partita. Ci sono foto di tifosi che sono venuti qui ogni 4 maggio: i loro familiari hanno lasciato lì quegli scatti per tenerli per sempre vicini ai loro idoli. C’è il cippo dedicato a un ragazzino dal cuore Toro morto in un incidente e che ha donato quel cuore nel nome di quei campioni.

Qui è come se ci fossero in perenne omaggio quei giocatori che si salvarono perché infortunati o non convocati. L’ultimo superstite di quel Torino ad andarsene è stato Sauro Tomà, il 10 aprile dello scorso anno. Aveva 92 anni, non salì su quell’aereo per un infortunio al ginocchio. Era in prima fila a ogni commemorazione.



GLI INTRECCI DEI LUTTI

E ci sono sempre stati tutti quelli che sono arrivati dopo quella squadra che rappresentava anche un simbolo di rinascita dopo i dolori della guerra. I suoi successi erano quelli che davano coraggio e speranza e il lutto divenne quello del mondo intero. Quel giorno non moriva una squadra, ad andarsene era un pezzo di vita di tutti.

Il Torino, poi, è rimasto avvolto in quell’alone di leggenda maledetta. Il comandante dell’aereo di Superga si chiamava Meroni come Gigi Meroni, l’estrosa ala granata morta nel 1967 in un incidente stradale, travolto da un’auto guidata da Attilio (Tilli) Romero, uno che del Toro diventerà presidente in anni dai risultati tenebrosi come quella notte.

IL PRIMO TRIONFO “DOPO”

Dopo quei fasti, il Toro ci ha messo 27 anni per vincere un altro scudetto con Gigi Radice in panchina e i gemelli del gol Paolino Pulici e Ciccio Graziani. Nel 1976 Il direttore di Tuttosport era Gian Paolo Ormezzano, uno che da bambino fu bonariamente redarguito in un cinema da Valentino Mazzola perché invece di seguire il film guardava lui, il suo idolo, due file più indietro. Ormezzano, dopo lo scudetto, uscì dalla sua stanza in lacrime annunciando il titolo di prima pagina del giorno dopo: “Toro, lassù qualcuno ti ama”. Pura poesia. Sempre quel giorno arrivarono a migliaia fin quassù per festeggiare con “i ragazzi”. E su questo tappeto di pietra in tanti si fermarono a dormire.

Oggi intorno a quel cippo arrivano tifosi di ogni fede, appendono sciarpe di ogni colore. Trovi quella dell’Inter annodata con quella del Milan, gagliardetti argentini e inglesi. Anche dei brasiliani del Corinthians, che nella prima partita dopo la tragedia scesero in campo con la maglia del Torino.

L’ABBRACCIO JUVENTINO

Il tempo sembra fermarsi durante la visita al colle della leggenda. Il silenzio fa cogliere in lontananza il rumore di un aereo e sono brividi nel ripensare a quel giorno in cui il cielo non era così azzurro, a quello schianto che sembrava una bomba, a quell’uomo ben vestito che girava fra i cadaveri e permetteva ai carabinieri di dar loro un nome. Era l’uomo che li conosceva meglio di chiunque altro, era Vittorio Pozzo, il ct della Nazionale bicampione del mondo che ne aveva schierati dieci su undici con la maglia azzurra. Il suo era un lento slalom fra il dolore e i resti straziati che a un certo punto si fermò fra i paletti di un mancamento. A sorreggerlo fu un giovane alto e robusto avvolto in un impermeabile scuro. Gli sussurrò commosso: “Your boys”, “i suoi ragazzi”. Era John Hansen, giocatore danese della Juventus, salito fra i primi a piangere gli amici avversari.

E già questo frammento di immagine da solo dovrebbe bastare a riportare sulla via giusta la feccia che ormai ha infestato gli stadi. I valori prima dei colori: se vieni fin quassù è il primo concetto che ti riporti a casa immerso nel cuore.

QUEI NOMI SONO LIRICA

Per questo è ancor più importante farsi un giro su questo colle. E prima di andar via l’ultimo sguardo non può essere che per i nomi delle 31 vittime.

Non si può non rileggerli in silenzio ma con la voce interiore del rispetto. I Campioni d’Italia: Bacigalupo, Ballarin Aldo, Ballarin Dino, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, il capitano Valentino Mazzola, Menti, Operto, Ossola, Rigamonti, Subert. Dirigenti e tecnici: Civalleri, Erbstein, Lievesley, Agnisetta, Cortina. Giornalisti: Casalbore, Cavallero, Tosatti. Equipaggio: Meroni, Bianciardi, Pangrazzi, D’Inca, Bonaiuti.

Ogni 4 maggio il capitano del Torino o un grande ex legge questi nomi e li trasforma nella lirica dell’amore sportivo. Quella squadra più amata non morì: andò in trasferta nei cuori di tutti. E lì è ancora, su quel colle che resta un monumento ai valori e al rispetto. Se ci sali una volta è come non esser mai venuti via. —