L'intervento

"Covid, bisogna assistere in casa, noi lo facciamo da 40 anni"

In tempi di pandemia può essere utile l'esperienza di chi fa assistenza domiciliare come Ant. Per frenare l'accesso ai pronto soccorso e non congestionare gli ospedali
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NOTIZIE martellanti in questi giorni continuano a raccontarci di ospedali affollati, ospiti delle Rsa decimati dal Covid e medici di base chiamati a supplire in tutto ciò che manca sul territorio. La soluzione che ci viene proposta è sempre e solo una: la chiusura a macchie dell’Italia per rallentare la corsa del virus.
 

Senza modelli

A gran voce si chiede un rafforzamento della medicina territoriale, ma di fatto non si hanno né modelli, né idee nuove su cui lavorare. I problemi da affrontare sono diversi, ed è necessario metterli in fila tutti in modo sistematico. 1) La mancanza cronica di medici, e adesso anche di infermieri, dovuta ad una scriteriata politica di contenimento che è partita dall’accesso contigentato all’università da diversi lustri; 2) La mancanza di investimenti economici per assumere personale nella sanità pubblica; 3) Mancanza di modelli integrati tra pubblico e privato sociale. Essendo io responsabile di Ant, una Fondazione che da 40 anni fa assistenza domiciliare ai sofferenti in fase avanzata e avanzatissima su tutto il territorio nazionale, mi permetto di approfondire l’ultimo punto.


Differenti modelli tra pubblico e privato sociale

Da sempre, a tutti i livelli, il Terzo Settore è ritenuto strategico per la tenuta del welfare del nostro Paese, ma, se sono stati messi a disposizione strumenti e leggi a questo proposito, nella realtà, soprattutto nei livelli intermedi della burocrazia il ruolo degli enti del Terzo Settore è ritenuto secondario e non determinante. Ora che ci affacciamo a quello che con ogni probabilità sarà un secondo lockdown, il contributo che una realtà come Ant può dare è enorme, benché in parte sottovalutato dalle Istituzioni.
 
I dati sono quelli sotto gli occhi di tutti e riportati dagli organi di informazione: un contagiato su tre che si rivolge al Pronto Soccorso perché impossibilitato a mettersi in contatto con medici di base ormai sotto assedio, un letto ospedaliero su tre occupato da chi potrebbe essere curato a casa, attivazione di solo metà delle Usca (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) inizialmente previste.
 

In più, il forte disinvestimento che stiamo vedendo, da parte delle istituzioni ma spesso anche nel dibattito scientifico, verso la prevenzione, diagnosi e trattamento delle patologie non Covid-19, e che porterà purtroppo a gravi conseguenze sulla salute delle persone ammalate ma anche di tutti i cittadini, "per il momento" sani. In questo senso il ruolo del Terzo Settore come Ant, ma anche di altre realtà analoghe, è cruciale nel prendersi cura delle persone più fragili, rese ancora più a rischio e più sole dalla situazione di emergenza sanitaria. Sono quelle persone, ad esempio i malati oncologici indipendentemente dalla prognosi, nei quali il decorso dell'infezione da Covid-19 risulta più problematico rispetto alla necessità di ricovero in terapia intensiva e all'incidenza di decessi (dati recenti dell'European Journal of Cancer indicano un tasso di mortalità per Covid-19 tra i malati oncologici del 25,6%; anche uno studio pubblicato su Lancet Oncology conferma come il tumore in fase attiva determini un andamento peggiore dell'infezione da Covid-19 aumentandone in modo rilevante il tasso di mortalità). Questi dati indicano la necessità di proteggere queste persone fortemente a rischio con un'assistenza domiciliare che limiti per quanto possibile gli spostamenti verso le strutture sanitarie.
 

Al netto delle differenze tra regione e regione, la realtà è che in tutta la nazione l'assistenza territoriale si è dimostrata insufficiente di fronte a una richiesta divenuta strategica per soddisfare le necessità di una gestione clinica efficiente e personalizzata dei pazienti Covid e non solo, creare ulteriori squilibri alle strutture residenziali ospedaliere sommerse da un lavoro sproporzionato e messe in ginocchio.
 
La maggior parte dei policy maker riconosce la necessità di un potenziamento di strutture territoriali in grado di sostenere l'impatto epidemico e, nello stesso tempo, evitare assembramenti ambulatoriali o sovraccarichi per le strutture ospedaliere. Se ne parla ma, a fronte del riconoscimento del bisogno, non si procede con l’individuazione di modelli efficaci e sostenibili sul piano organizzativo e su quello economico. Il numero dei pazienti da seguire in isolamento e da selezionare per l'invio in ospedale è più elevato della disponibilità offerta dalla medicina generale.

Integrare nel pubblico il terzo settore

Di fronte a questa situazione è necessario superare le resistenze e, così come si è proceduto ad attivare convenzioni con la sanità privata per l’attivazione di ospedali Covid e l’implementazione delle terapie intensive, è tempo di integrare nel sistema pubblico e con congrue risorse economiche le realtà del Terzo Settore e del privato sociale che come Ant operano nell’assistenza domiciliare e che costituiscono, in questo momento, una risorsa imprescindibile.
Il nostro Ssn, se non vogliamo soltanto subire passivamente la pandemia, quindi, deve fare tesoro di ciò che stiamo vivendo per impostare in modo più efficace e innovativo anche il nostro sistema sanitario del futuro, sviluppando una community centred-care che sia efficace, sostenibile e centrata sull'equità della presa in carico e della distribuzione delle risorse.
 

Organizzazioni come la nostra sono in grado di entrare in maniera capillare nel percorso di malattia di pazienti e famiglie contribuendo con un modello di assistenza domiciliare a sollevare il Ssn da un impegno che difficilmente riuscirebbe a sostenere da solo, soprattutto in momenti di emergenza come quello che stiamo vivendo.
 
Stiamo erroneamente pensando che l’emergenza di questi mesi e il cambio di rotta su una maggiore assistenza a domicilio rispetto a scelte del passato che favorivano le visite ambulatoriali, siano poi da abbandonare una volta tornati alla normalità. La verità è che proprio la pandemia ha messo in luce modelli costruiti a tavolino, che seguivano più logiche protezionistiche in favore di certe categorie di burocrati, piuttosto che l’interesse economico di un modello e, cosa più importante, il benessere e la qualità di vita dell’assistito e della sua famiglia.
 

Le cure a domicilio

È infatti noto come il setting domiciliare, oltre ad essere gradito a pazienti e famiglie, sia in grado di limitare molto spostamenti, accessi ambulatoriali e ricoveri ospedalieri, contribuendo sia alla sicurezza dei pazienti che evitano così inutili rischi di contagio, sia all’alleggerimento della pressione sulle strutture sanitarie. Se potenziare le cure domiciliari è indispensabile in questo momento storico di lotta contro la pandemia Covid-19, sono sempre di più le testimonianze internazionali che ne evidenziano il potenziale a lungo termine.

Un articolo apparso recentemente su Jama descrive la portata innovativa della “cura a casa”, come scelta sicura, efficace e sostenibile economicamente. Interessante la riflessione su come lo spostamento verso il setting domiciliare possa portare, a medio e lungo termine, ad un risparmio che, in un’ottica di economia di scala, permetta al Ssn di sostenere anche i gravosi costi dei reparti ospedalieri.

Questo ragionamento ci sembra primario in un momento dove le risorse umane, sanitarie ed economiche sono contingentate e messe sotto pressione da una forte richiesta. I contributi italiani in questo senso ancora scarseggiano, sebbene comincino ad emergere anche qui testimonianze sull’esigenza di un piano sanitario a lungo termine che preveda il potenziamento dell’assistenza domiciliare.
 
Un modello nazionale potrebbe essere studiato in modo da omogeneizzare il settore pubblico e quello privato convenzionato, profit e non profit, disegnando connotati di collaborazione, di equilibrio, sostenibilità e supporto economico e garantire non solo qualità ma anche omogeneità di interventi sul territorio nazionale, amplificando il domicilio e la territorialità anche in una fase di "pace" pandemica.
 

Come opera Ant

Nata nel 1978 per opera dell’oncologo Franco Pannuti, dal 1985 a oggi Fondazione Ant Italia onlus – la più ampia realtà non profit per l’assistenza specialistica domiciliare ai malati di tumore e la prevenzione gratuite – ha curato circa 130.000 persone in 11 regioni italiane (Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Lazio, Marche, Campania, Basilicata, Puglia, Umbria). Ogni anno 10.000 persone vengono assistite nelle loro case da 23 équipe multi-disciplinari Ant che assicurano cure specialistiche di tipo ospedaliero e socio-assistenziale, con una presa in carico globale del malato oncologico e della sua famiglia.

Sono complessivamente 515 i professionisti che lavorano per la Fondazione (medici, infermieri, psicologi, nutrizionisti, fisioterapisti, farmacisti, operatori socio-sanitari etc.) cui si affiancano oltre 2.000 volontari impegnati nelle attività di raccolta fondi necessarie a sostenere economicamente l’operato dello staff sanitario. Ant è inoltre da tempo impegnata nella prevenzione oncologica con progetti di diagnosi precoce del melanoma, delle neoplasie tiroidee, ginecologiche e mammarie. Dall’avvio nel 2004 sono stati visitati gratuitamente 196.000 pazienti in 88 province italiane. Le campagne di prevenzione si attuano negli ambulatori Ant presenti in diverse regioni, in strutture sanitarie utilizzate a titolo non oneroso e sull’ambulatorio mobile - bus della prevenzione. Il mezzo, dotato di strumentazione diagnostica all’avanguardia (mammografo digitale, ecografo e videodermatoscopio) consente di realizzare visite su tutto il territorio nazionale.
* Responsabile Ant