Medici di base: cronache dalla prima linea

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Sono un medico di famiglia di Santena, un paese della provincia di Torino. Ho contratto il coronavirus in studio, presumibilmente visitando una coppia di coniugi sintomatici di cui ho accertato la positività mandandoli a fare il tampone; purtroppo il mio assistito ha avuto la peggio in quanto attualmente è in rianimazione in pericolo di vita. Io me la sono cavata con dolori vari e a un certo punto un senso di affanno che per fortuna non ha richiesto il ricorso a cure intensive. Ora sono a casa in attesa che l'infezione faccia il suo corso e che riesca presto a tornare studio.
 
Il motivo per cui scrivo non è tanto per raccontare una delle tante storie di contagio ma per testimoniare e rendere omaggio al lavoro dei miei Colleghi di studio e dei giovani Colleghi in formazione che in questo momento stanno affrontando un altro momento di lavoro estenuante e difficile da gestire come a marzo-aprile scorsi.


Eravamo insieme durante la prima fase della pandemia e abbiamo passato giornate intere al telefono con i pazienti e sul computer a cercare di smaltire un lavoro che diventava sempre più caotico e scollegato rispetto agli altri livelli del sistema sanitario (ospedale, servizio di igiene e sanità pubblica, distretto sanitario).
Ora sono a casa e avverto tutta la loro stanchezza e il loro profondo disincanto di fronte a una situazione attesa e verso la quale siamo stati ancora una volta lasciati disarmati. Non solo di dispositivi di sicurezza, di cui noi abbiamo cercato di fare un po’ di scorta cercando di usare quei pochi a disposizione con parsimonia e acquistando materiale e barriere protettive, ma anche senza un piano organizzativo efficace e condiviso, magari preparato insieme a tutti gli attori della prima fase facendo tesoro dell'esperienza maturata e delle diverse competenze e ruoli.
 
Io non ci sto a sentire che, ora come in primavera, il territorio ha fallito e che gli unici che in fondo si sacrificano e fanno cose straordinarie sono solo quelli che lavorano in ospedale. Noi non salviamo vite, non rispondiamo al telefono, non facciamo niente per i nostri pazienti... Non è vero, non sono così ingenua da non sapere che ci sono colleghi che non hanno dato quel surplus di disponibilità che avrebbero potuto dare, alcuni hanno avuto paura e si sono barricati nei loro studi. La nostra fortuna è di essere una medicina di gruppo e di esserci sostenuti e confrontati in continuazione, senza peraltro l'aiuto di infermieri, OSS, amministrativi (fondamentale per i colleghi in ospedale).
 
Mi auguro che questa lettera venga letta e pubblicata per non dimenticare il lavoro sommerso dei medici di famiglia.