Il personaggio

Depardieu: "Il mio grande corpo, fragile di fronte al Coronavirus"

L'attore francese si confronta con le conseguenze del passare degli anni. "Mi sento vulnerabile, ma il presente è la mia eternità"
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La scorsa primavera ha passato l’intero periodo del confinamento per il Covid nel castello di Tigné. Insieme alla figlia Julie, al suo compagno Philippe Katerine, cantante e attore, e ai due piccoli nipoti. Gérard Depardieu si è trasferito tra le sue vigne dell’Anjou, mentre Parigi chiudeva per la pandemia. Ha annullato i tre spettacoli al Théâtre des Champs-Elysées e si è ritirato in campagna, nella Valle della Loira. L’età che avanza – è nato il 27 dicembre del 1948 – la mole possente, qualche problema con il diabete, lo rendono un soggetto più fragile e dunque più esposto.

Gérard Depardieu: "Io e il mio corpo: ho sempre fame di vita"



Ha riempito le sue giornate leggendo, ascoltando musica classica e lavorando alle bozze di un nuovo libro autobiografico. Con la fine della quarantena, il mostro sacro del cinema francese è tornato a esibirsi sul palcoscenico com’è successo al festival di Lacoste per un concerto dedicato alla cantante Barbara. Ha debuttato come attore nel 1971 e quindi sta per festeggiare i 50 anni di carriera, avendo recitato in oltre 250 film diretti da maestri come Truffaut, Blier, Chabrol, Ozon, Ferreri, Bertolucci. La sua vitalità straripante sta, però, incontrando gli inevitabili ostacoli della salute che si presentano col tempo e i chili in più. Da Parigi progetta comunque nuovi viaggi. «Vorrei andare presto in Etiopia», dice.

Gérard Depardieu, come sta affrontando l’invecchiamento?
«Ho quasi 72 anni e tanti acciacchi, mi sento stanco, ma ho fame di vita e questo mi fa andare avanti, mi spinge a essere ancora curioso del mondo e della gente che mi circonda. Cerco di non farmi sopraffare dai dolori del corpo o dalla paura della morte. Ho dei problemi alle ginocchia, la pressione del peso si fa sentire, così come le conseguenze dei miei incidenti in moto, ma cammino, resisto e cammino. Alla mia età e nelle mie condizioni, se ascoltassi continuamente il mio corpo, sarei sempre in ospedale. Mi sento vulnerabile ma non desidero l’eternità. Preferisco vivere nel presente, il presente è la mia eternità, non devo far altro che seguire la vita. Sono sempre stato curioso di tutto quello che mi sta intorno. Le persone che invecchiano in fretta sono troppo concentrate su loro stesse».

Con il suo amico scrittore Michel Houellebecq ha recitato in Thalasso, film di Guillaume Nicloux ambientato in un centro di talassoterapia a Cabourg in Normandia. E lei si cura davvero con la talassoterapia. Non è solo finzione.
«Sì, vado da anni in un istituto a Quiberon, in Bretagna, il più vecchio resort di talassoterapia della Francia. Fondato negli anni Sessanta. Ci sono stato di nuovo un paio di mesi fa. Almeno una volta all’anno ci torno. È un posto molto bello e riposante dove posso recuperare un po’ la forma fisica. L’aria fresca dell’oceano mi fa bene, ma i benefici maggiori arrivano dai trattamenti talassoterapici essenziali e dai drenaggi marini. Per chi ha avuto traumi o problemi articolari come me sono molto efficaci, servono anche per riattivare la circolazione sanguigna. L’acqua di mare ha proprietà rivitalizzanti. Su questo si basa la talassoterapia».

Nell’anno del Covid è stato complicato anche fare la talassoterapia?
«Purtroppo, è cambiato tutto anche alla Thalassa spa a Quiberon. La struttura rispetta le nuove norme per la salute pubblica, per il contenimento del virus, e quindi mascherine, distanziamento, controlli, insomma è stato tutto molto più complicato del solito».

(afp)


Che cosa la spaventa maggiormente del Sars CoV-2?
«Sono disorientato, come tutti. Le nostre abitudini sono state stravolte. È evidente che fino a quando non sarà ufficializzata la scoperta di un vaccino sicuro ed efficace non cambierà nulla rispetto a oggi. Mi spaventa la malattia, ma anche la difficoltà o addirittura l’impossibilità di avere contatti con gli altri, di girare, di viaggiare. Per me quello è il senso della vita. In Francia la situazione è molto allarmante, da noi la socialità tra amici è un aspetto irrinunciabile della quotidianità, come in Spagna. In Italia le cose vanno leggermente meglio perché si tende a stare di più nell’ambito della famiglia, c’è meno mescolanza».

Ritornare sul palcoscenico è stato difficile?
«Ne parlavo proprio con un grande pianista di musica classica come David Fray. Mi diceva che, con la ripresa degli spettacoli, il timore e lo smarrimento si avvertivano soprattutto tra il pubblico. La distanza tra gli spettatori, la situazione anomala, le molte incognite, sono cose che poi condizionano anche l’artista. Anch’io avevo delle riserve. Per fortuna ho visto una grande voglia di tornare ad ascoltare musica e ad assistere agli spettacoli teatrali dal vivo. Il mio amico Jean-Paul Scarpitta, regista di opera lirica, ha promosso quest’estate con David e il Quartetto Modigliani un festival con venti concerti e settanta giovani musicisti nel Potager du Roi a Versailles. È stato un segnale importante in una fase di crisi».

Torniamo a Quiberon. Nel libro autobiografico, Ailleurs, racconta di un incontro nel centro di talassoterapia che l’ha fatta riflettere sulla vita e sulla morte. Sul confine che le separa.
«Mi trovavo in piscina davanti a un cielo rosso stupendo, quando un uomo che stava proprio di fronte a me ha esordito dicendomi: la vita è bella, non è vero? La vita è bella! Poi mi racconta che lui è risuscitato. Sì, proprio così. Era malato di tumore al fegato, una cosa improvvisa che si era manifestata in poche settimane e che non gli lasciava nessuna speranza di vita. Quando gli restavano pochi giorni, mise in ordine tutte le sue cose, espresse le ultime volontà, e venne trasferito in ospedale, sostanzialmente ad aspettare di morire. Un giovane medico che era passato a visitarlo gli propose però un intervento di trapianto mai tentato prima, e lui accettò senza dire nulla alla famiglia, per non generare in loro false speranze. L’operazione fortunatamente andò bene, il paziente avrebbe solo dovuto attendere un paio di mesi per verificare che l’organo venisse accettato, che non ci fosse un rifiuto. Quando la moglie e i figli arrivarono in ospedale, la loro reazione fu inaspettata. Erano quasi delusi del miracolo. Avevano dovuto elaborare rapidamente la malattia, l’agonia, l’addio, e a quel punto si trovavano impreparati. Quando tutti ripresero la loro vita normale, l’uomo e la donna divorziarono. Ho poi scoperto in un libro del professor Jean Bernard che questo tipo di comportamento è riconducibile alla sindrome di Chabert, in riferimento alla moglie del colonnello Chabert, protagonista di un romanzo di Balzac, la quale non tollerò la notizia che il consorte, creduto morto, fosse in realtà sopravvissuto».

Il cinema la fa stare bene?
«Nella misura in cui mi permette di conoscere il mondo e la gente, di poter guardare gli altri in fondo agli occhi. Del cinema in sé non m’importa nulla, anzi mi annoia perfino parlarne. Le volte in cui ho mangiato con Marcello Mastroianni non abbiamo mai conversato delle nostre carriere o di cinema, ma solo di quello che stavamo mangiando, commentavamo ogni piatto, se era buono oppure no. Soltanto di questo».


Come si regola con il peso? Deve rinunciare alla buona tavola?
«Per me il cibo è amore per la vita, è l’appetito di vivere, è l’incontro. Non posso rinunciarci. Ovunque mi trovo, mi organizzo per mangiare bene. Mi piacciono i cibi che bisogna far cuocere lentamente. La buona cucina deve sempre cuocere a fuoco lento, come la cucina di casa, lasciando che tutti i succhi delle carni e delle verdure si mescolino. Io ormai ho rinunciato soltanto ai grandi ristoranti con i grandi chef, non mi interessano. La trattoria è il posto giusto per me, c’è aria di casa, la famiglia in cucina. Si mangia decisamente meglio. Preferisco pranzare a casa di Franco Bardi e sua moglie Lucetta a Petroio in Toscana che in un grande ristorante. La semplicità conta più di qualunque altro aspetto. C’è una cosa di cui posso fare a meno: non amo particolarmente i dolci, ad eccezione del gelato e della frutta di stagione che vado a comprare al mercato».