Covid 19. Il prezzo più alto lo pagano le donne

Lancia l'allarme l'agenzia europea Eige: anche gli effetti della pandemia hanno pesato di più sulle donne. Italia al quattordicesimo posto, sotto la media europea
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In Italia la parità di genere resta un miraggio, nonostante i significativi miglioramenti compiuti negli ultimi dieci anni per garantire eque opportunità a uomini e donne. E la pandemia da Covid-19 potrebbe addirittura «cancellare i fragili risultati» conquistati nel settore della salute, che è il campo dove, ad oggi, si registrano meno disparità tra i due generi. A lanciare l’allarme è l’Eige, l’agenzia europea dedicata alla parità di genere, che oggi presenterà la quinta edizione del Gender Equality index, il documento che evidenzia e misura la presenza (e la persistenza) di divari tra donne e uomini nei ventisette Paesi e nel Regno Unito in sei settori: quello del lavoro, del denaro, della conoscenza, della gestione del tempo (dedicato ai lavori domestici, all’assistenza o alla cura), del potere decisionale e della salute.

 
Abbastanza equilibrato l’accesso alle cure mediche

La pagella dall’Eige (stilata su dati 2018) indica che la salute è l’ambito nel quale si registrano meno disparità di genere: uomini e donne, in Europa come anche in Italia, beneficiano condizioni di salute simili e un simile accesso ai servizi sanitari. Tuttavia, evidenziano gli esperti europei in queste 182 pagine, la pandemia potrebbe «invertire i progressi già raggiunti in questo campo». I motivi sono molteplici.


Muoiono più uomini

Il primo ha a che fare con il diverso modo in cui il virus colpisce uomini e donne. «Le statistiche mondiali - scrivono gli esperti dell’Eige - mostrano chiaramente che gli uomini infetti hanno maggiori probabilità di morire per COVID-19 rispetto alle donne infette». Un dato confermato anche dalla dottoressa Giovannella Baggio, presidente del Centro studi nazionale su Salute e Medicina di genere.
"Anche se oggi, a differenza di sei mesi fa, la positività al virus è quasi pari tra donne e uomini (malati o portatori sani) - spiega l’esperta - la letalità rimane più elevata in soggetti di sesso maschile in tutte le fasce di età. Fanno eccezione gli over 90 e i molto giovani". Queste disparità potrebbero derivare dalle differenze biologiche (ad esempio genetiche e immunologiche), oppure comportamentali (le donne fumano meno) ed essere la conseguenza di condizioni sociali e lavorative.
 

Anche l’impatto sulla salute mentale è diverso

Inoltre, scrive l’Eige, e questa è la seconda questione, «donne e uomini hanno vissuto e vivono la pandemia - e le sue ripercussioni - in modo diverso. E questi differenti vissuti e reazioni impattano in maniera diversa anche sulla loro salute mentale». "La pandemia - spiega Davide Barbieri, dell’ufficio statistica dell’Eige - ha considerevolmente aumentato la pressione e lo stress sulle donne e sulle madri single impegnate in prima linea nella conciliazione fra attività lavorativa e lavoro di cura". Una condizione sfavorevole, questa, "messa a dura prova dalla chiusura di scuole e asili nido e perpetuata dalla divisione squilibrata delle responsabilità assistenziali all'interno della famiglia".
Per questo, dicono gli esperti dell’Eige, "è più che mai necessario l’adozione di un approccio di genere nello studio degli effetti che la pandemia avrà sulla salute fisica e mentale degli europei". Per fortuna, sottolinea la dottoressa Baggio, che è anche uno dei membri del Cts, "l’Italia, tramite Istituto Superiore di Sanità, è uno dei pochi paesi al mondo ad aver raccolto e riportato i propri dati disaggregati per sesso e genere. Questo ci offre un vantaggio nella comprensione della malattia e nella formulazione delle terapie".
Un'analisi più approfondita delle disuguaglianze di genere nel settore della salute verrà riportata nel 2021, in occasione del prossimo Gender Equality index, che includerà per la prima volta aspetti concernenti la salute riproduttiva e sessuale e gli impatti di genere delle pandemie.
 

L’Italia al 14° posto, sotto la media europea

Estendendo l’analisi delle situazione italiana anche agli altri cinque campi presi in osservazione del Gender Equality index, emerge come il nostro Paese stia registrano miglioramenti significativi (in 10 anni ha guadagnato quasi 10 punti) «ma i risultati non sono ancora sufficienti». L’Italia, con i suoi 63.5 punti, si colloca al quattordicesimo posto, 4 punti sotto la media europea (pari a 67.9 punti). Esattamente come emergeva l’anno scorso, resta «molto pronunciata la disparità nella partecipazione delle donne nel mercato del lavoro, la distribuzione delle responsabilità di cura, in un contesto che tende a perpetuare gli svantaggi economici e di opportunità delle donne lungo tutto il ciclo di vita».
L’agenzia europea plaude comunque ai significativi progressi raggiunti grazie alla maggiore presenza delle donne nei consigli di amministrazione delle società quotate: nel 2010 erano solo il 5%, nel 2020 sono il 37% (per effetto della legge Golfo- Mosca del 2011) ed all’aumento della presenza delle donne in parlamento, mai cosi alta dal 1946 (36%).

Le donne guadagnano il 18% in meno

In generale, però, le donne faticano ancora a raggiungere posizioni apicali. Anche la distribuzione del reddito rimane iniqua: «Le donne - rileva l’Eige- continuano a guadagnare meno degli uomini, con un salario medio mensile inferiore del 18%». Una disparità che si acutizza nelle coppie con bambini, all’interno delle quali le madri guadagnano il 34% in meno rispetto ai padri; mentre per le madri single, il salario medio è del 29% inferiore a quello dei padri single. Infine, le donne con disabilità guadagnano il 28% in meno degli uomini con disabilità.

Difficili le condizioni per le over 65

Le differenze salariali, poi, aumentano sensibilmente con l’aumentare dell’età, e raggiungono oltre il 46% per le over 65. "Le differenze di genere sui salari lungo tutto l’arco della vita – spiega ancora Barbieri - nonché le differenti condizioni lavorative delle donne, incluse le interruzioni di carriera spesso associate alla maternità, portano inoltre a una difficile condizione delle donne in età avanzata che, spesso rimanendo sole, devono anche contare su trattamenti pensionistici, in media, del 32% inferiori a quelli degli uomini".
 

Svezia, Danimarca e Francia continuano ad eccellere

Allargando il campo agli altri Stati Membri si nota che nessuno ottiene 100 punti , perché nessuno dei paesi europei garantisce una totale uguaglianza di genere. Svezia (con i suoi 83 punti), Danimarca (77 punti) e Francia (75 punti) sono i Paesi che più si avvicinano al traguardo. La Grecia e l’Ungheria si confermano le nazioni che hanno davanti la strada più lunga. Tra i tredici Paesi che fanno meglio di noi ci sono i soliti noti (tra cui Finlandia, Olanda, UK, Irlanda, Spagna, Belgio e Lussemburgo).
«Se l’Europa continua a crescere così lentamente», scrivono gli esperti dell’Eige, «la parità di genere sarà raggiunta solo tra oltre 60 anni».
 

Una priorità per la presidente Ursula Von Der Leyen

La parità di genere non è solo uno degli obiettivi dell'Agenda 2030 dell’Onu per lo Sviluppo Sostenibile, ma è anche uno delle promesse espresse dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen, all’inizio del suo mandato. Per realizzare un'Europa che offra le stesse opportunità a tutti coloro che condividono le stesse aspirazioni, Von Der Leyen, insieme alla commissaria per l'Uguaglianza Helena Dalli, si è impegnata (anche) ad includere una prospettiva di uguaglianza in tutti i settori di azione dell'UE.